venerdì 30 gennaio 2026

Il Papa che sceglie il sottotetto: il Codice Leone e la forza silenziosa della sobrietà


Papa Leone XIV ha scelto dove abitare. E la notizia, più della metratura o della vista, racconta una visione. Niente piano nobile, niente appartamento pontificio carico di storia e simboli. Robert Prevost ha deciso di vivere nei locali collocati tra la terza loggia del Palazzo Apostolico – quella dell'Angelus – e il tetto. Un piano alto, sì, ma defilato. Poco visibile dall'esterno, segnato solo da alcune finestrelle che spuntano timidamente sopra le grandi cornici monumentali del palazzo. Una mansarda, che in Vaticano chiamano "soffittoni". E già qui il messaggio è chiaro.

Il suo rientro in questi spazi è questione di settimane, ma la scelta abitativa è già diventata un fatto politico, ecclesiale e simbolico. Perché la casa di un Papa non è mai solo una casa. È una dichiarazione di stile, di potere, di rapporto con il mondo e con la Chiesa.

Dopo Papa Francesco, che con la decisione di restare a Casa Santa Marta aveva rotto una tradizione secolare, molti fedeli – e non solo i più conservatori – si aspettavano un ritorno all'ordine, una ricomposizione della forma classica del papato. Per alcuni, la rinuncia all'appartamento pontificio era stata un trauma: non tanto per nostalgia del lusso, quanto per il bisogno di simboli stabili, riconoscibili, rassicuranti. Leone XIV, però, non torna indietro. Va altrove. E lo fa in modo diverso.

Non una comunità affollata e condivisa come Santa Marta, ma nemmeno il piano nobile. La sua è una terza via: riservata, sobria, funzionale. Una scelta che rispecchia perfettamente il carattere che molti descrivono come schivo e pragmatico, con quel tratto di "pragmatismo americano" che torna spesso nelle analisi su Prevost. Nessuna teatralità, nessuna rottura clamorosa. Solo coerenza.

Ci sono anche motivazioni pratiche. Nel sottotetto, Leone XIV avrà a disposizione una palestra piuttosto ampia, affacciata sullo IOR. Un dettaglio che racconta molto: la cura del corpo come disciplina quotidiana, non come esibizione. La camera da letto, invece, sarà collocata su un altro lato e non affaccerà su San Pietro, anche per ragioni di sicurezza. Anche qui, niente simbolismi inutili: la piazza è del popolo, non della finestra privata del Papa.

Gli interni confermano la linea. Sobrietà assoluta. In camera solo l'essenziale. Il bagno è nel corridoio, non en suite. Una cucina semplice, austera, priva di qualsiasi componente artigianale o decorativa. Alcuni tramezzi sono stati realizzati per ospitare i collaboratori più stretti e, con ogni probabilità, i due segretari personali: don Edgard Iván Rimaycuna e don Marco Billeri. E poi, ovviamente, lo spazio più importante: una piccola cappella. Presente, raccolta, fondamentale. Non grande, non scenografica. Sufficiente.

Questa non è una scelta casuale, né solo caratteriale. È una strategia simbolica precisa. Leone XIV sembra voler sfuggire consapevolmente all'immagine, alla personalizzazione del papato, alla tentazione di diventare egli stesso il messaggio. In un'epoca in cui tutto viene letto, fotografato, commentato e strumentalizzato, la sottrazione diventa una forma di governo.

È qui che prende forma quello che ho definito più volte il "Codice Leone". Un codice fatto di discrezione, di rifiuto delle etichette, di attenzione costante a non sovrapporre la figura del Papa a quella della Chiesa. Non un Papa-star, non un Papa-bandiera, non un Papa contro o a favore di qualcosa per slogan. Ma un custode che arretra di mezzo passo perché emerga l'istituzione, non la persona.

In questo senso, la scelta dell'abitazione è un atto profondamente politico. Evita le strumentalizzazioni, disinnesca le letture ideologiche, rende più difficile appiccicare etichette semplicistiche. Non è il Papa del lusso, ma nemmeno quello della rottura permanente. È il Papa della misura. E oggi la misura è rivoluzionaria.

Il sottotetto del Palazzo Apostolico diventa così una metafora potente: stare in alto senza dominare, essere al centro senza occupare la scena, guidare senza imporsi. Leone XIV manda un messaggio silenzioso ma netto: la Chiesa non ha bisogno di un protagonista assoluto, ma di una guida che sappia farsi spazio vuoto perché altri possano guardare oltre.

Questo è, in fondo, il cuore del Codice Leone. Far emergere la Chiesa, non il Papa. E ricordare, con una mansarda sobria e una finestra che non guarda San Pietro, che il potere più solido è quello che non ha bisogno di mostrars

Marco Baratto

martedì 27 gennaio 2026

Dalla Memoria alla profezia: Leone XIV, Nostra Aetate e il monito contro ogni nuova esclusione


Nel messaggio pubblicato su X in occasione della Giornata della Memoria, Papa Leone XIV ha ribadito con poche ma nette parole che «la Chiesa rimane fedele alla posizione ferma della Dichiarazione Nostra Aetate contro tutte le forme di antisemitismo e respinge qualsiasi discriminazione o molestia per motivi etnici, di lingua, nazionalità o religione». Un'affermazione che, a prima vista, si colloca nel solco di una continuità dottrinale ormai acquisita. Ma che, letta con attenzione, soprattutto nella sua seconda parte, assume il valore di un messaggio che va oltre la commemorazione storica e si trasforma in un monito attualissimo, capace di interpellare anche le politiche contemporanee, comprese quelle anti-immigrazione oggi in atto negli Stati Uniti.

Papa Leone XIV si inserisce chiaramente nella tradizione inaugurata da Nostra Aetate (1965), il documento conciliare che ha segnato una svolta epocale nei rapporti tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico, condannando senza ambiguità l'antisemitismo e ogni forma di odio religioso. Ma, più in profondità, il Papa si colloca anche nel solco di una testimonianza precedente e spesso dimenticata: quella di Achille Ratti, Pio XI, che negli anni Trenta si oppose con crescente fermezza alla deriva razzista del fascismo.

Dal 1937 in avanti, a ogni passo del regime verso la codificazione delle leggi razziali corrispose un intervento del Papa per esprimere disgusto morale e condanna teologica. Il 28 luglio 1938, parlando agli alunni di Propaganda Fide, Pio XI affermò senza mezzi termini che «non c'è posto per razze speciali» e che «il nazionalismo e il razzismo sono una vera apostasia». Mentre Mussolini suonava le sue trombe nere, Ratti rispondeva con le campane della coscienza cristiana.

Quando il 5 settembre 1938 fu decisa l'espulsione di studenti e docenti ebrei dalle scuole, il Papa replicò il giorno successivo con parole destinate a restare nella storia: «L'antisemitismo è un movimento odioso, con cui noi cristiani non dobbiamo avere nulla a che fare. (…) Spiritualmente siamo tutti semiti». Una frase che non solo sconfessava il razzismo biologico, ma smontava alla radice l'idea stessa di una gerarchia tra i popoli.

È in questa tradizione che Leone XIV si colloca. Ma la forza del suo messaggio non sta solo nel richiamo alla Shoah o nella condanna dell'antisemitismo storico. Sta soprattutto nell'estensione del principio: nessuna discriminazione è accettabile, non solo per motivi religiosi, ma anche per lingua, nazionalità, origine. Qui il discorso si apre inevitabilmente al presente.

Negli Stati Uniti, il dibattito politico degli ultimi anni è stato fortemente segnato da politiche restrittive sull'immigrazione, da retoriche che dipingono il migrante come una minaccia e da provvedimenti che, di fatto, creano categorie di persone meno degne di diritti. Muri, deportazioni accelerate, separazioni familiari, linguaggi disumanizzanti: tutto questo rientra in quella logica di esclusione che la Chiesa, da Pio XI a Leone XIV, ha sempre denunciato come incompatibile con il Vangelo.

Quando il Papa parla di rifiuto di qualsiasi discriminazione per motivi di nazionalità o lingua, il riferimento non è astratto. È un richiamo diretto a quelle società che, pur proclamandosi democratiche e cristiane, tollerano o promuovono politiche fondate sulla paura dell'altro. Così come negli anni Trenta il razzismo veniva giustificato in nome della difesa della nazione, oggi l'ostilità verso i migranti viene spesso mascherata da esigenza di sicurezza o di identità culturale.

La lezione di Pio XI è illuminante anche per il presente. Quando il Duce arrivò a minacciarlo, Ratti rispose con parole durissime, arrivando a dire «Mi vergogno di essere italiano» e dichiarandosi pronto a perdere tutto pur di non tacere. Era la consapevolezza che il silenzio, di fronte all'ingiustizia, equivale alla complicità. Leone XIV, con uno stile diverso ma non meno chiaro, sembra raccogliere quella stessa eredità profetica.

La Giornata della Memoria, allora, non diventa solo un esercizio di ricordo del passato, ma un criterio di giudizio sul presente. Ricordare la Shoah significa riconoscere i segnali che precedono l'abisso: la normalizzazione del linguaggio d'odio, la riduzione dell'altro a problema, la creazione di capri espiatori. In questo senso, il messaggio di Leone XIV parla anche all'America di oggi, invitandola a interrogarsi sulla coerenza tra i valori proclamati e le politiche praticate.

Come Pio XI davanti alle leggi razziali, anche oggi la Chiesa ricorda che il razzismo, sotto qualunque forma, è una vera apostasia. E che, spiritualmente e umanamente, non esistono stranieri. Esistono solo persone.

Marco Baratto

venerdì 23 gennaio 2026

Il “piccolo resto” che si ritrova: Gerusalemme, sionismo cristiano e l’unità inattesa del cattolicesimo americano

Per mesi, nel cattolicesimo statunitense si è respirata un'aria pesante. Non uno scisma formale, certo, ma qualcosa di più sottile e corrosivo: uno scisma strisciante, fatto di sospetti reciproci, di letture politiche contrapposte del pontificato di Leone XIV, di una polarizzazione che sembrava aver colonizzato anche il linguaggio della fede. Progressisti e conservatori parlavano sempre meno tra loro e sempre più contro l'altro campo, spesso con Washington come bussola implicita. In questo quadro, l'episodio di Gerusalemme ha prodotto un effetto sorprendente: una ricomposizione. Fragile, forse. Inattesa, certamente. Ma reale.

L'intervento congiunto dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme del 17 gennaio non è stato solo un atto ecclesiale raro per forma e solennità. È stato uno spartiacque. Non tanto – o non solo – per ciò che ha detto sul sionismo cristiano, ma per ciò che ha innescato altrove, in particolare negli Stati Uniti. Per la prima volta dall'elezione di Leone XIV, quel "piccolo resto" cattolico che gli è rimasto fedele negli USA ha trovato una voce comune. E lo ha fatto non per difendere una linea politica, ma un principio ecclesiale.

Il nodo, come hanno chiarito i Patriarchi, non è la legittima pluralità di opinioni sulla politica mediorientale. Il nodo è la pretesa di rappresentanza teologica e pastorale. Il sionismo cristiano – soprattutto nella sua declinazione evangelicale americana – non si limita a esprimere solidarietà verso Israele: propone una lettura teologica della storia che finisce per sovrapporre il progetto salvifico di Dio a uno Stato moderno e alle sue dinamiche politiche. Per i cristiani della Terra Santa, questo significa essere marginalizzati, quando non strumentalizzati, dentro una narrazione escatologica che non nasce da loro e non è per loro.

Quando a difendere pubblicamente questa impostazione è stato un ambasciatore statunitense, Mike Huckabee, il problema ha cambiato scala. Non più solo una disputa teologica, ma una questione di confini tra autorità ecclesiale e potere politico. Ed è qui che il cattolicesimo americano, sorprendentemente, ha smesso di litigare con se stesso e ha iniziato a guardare nella stessa direzione.

Le reazioni di figure come Michael Knowles – simbolo del cattolicesimo conservatore mediatico – sono emblematiche. Il suo rifiuto netto del sionismo cristiano non nasce da simpatie progressiste, ma da una difesa classica della dottrina cattolica: nessuna teologia politica può sostituirsi alla Chiesa; nessuna lettura biblica può ignorare la Tradizione; nessun progetto geopolitico può arrogarsi il diritto di parlare a nome del Corpo di Cristo. Quando su questo punto si ritrovano d'accordo commentatori che fino a ieri si accusavano reciprocamente di tradire la fede, qualcosa di significativo sta accadendo.

Questo ricompattamento ha anche un volto preciso: quello del pontificato di Leone XIV. Per mesi, il Papa è stato il bersaglio di critiche incrociate, spesso più politiche che teologiche. Da una parte, chi lo accusava di non essere abbastanza "allineato"; dall'altra, chi temeva concessioni eccessive. L'episodio Huckabee ha però fatto emergere un punto condiviso: il Papa non è un leader di fazione né un attore da normalizzare dentro una piattaforma ideologica. È il successore di Pietro. E difendere l'autonomia delle Chiese di Gerusalemme significa, indirettamente, difendere anche il cuore del cattolicesimo universale.

In questo senso, il "piccolo resto" di Leone negli Stati Uniti – minoritario, spesso marginalizzato nel dibattito pubblico, ma teologicamente radicato – ha trovato per la prima volta una vera unità. Non un'unità di comodo, ma una convergenza attorno a un criterio non negoziabile: la fedeltà alla Chiesa precede ogni lealtà politica. Né Washington né Tel Aviv, né destra né sinistra, possono diventare il metro ultimo del giudizio ecclesiale.

È un paradosso fecondo. In un'epoca di polarizzazione estrema, è stata un'ingerenza percepita come esterna e teologicamente invasiva a costringere il cattolicesimo americano a guardarsi allo specchio. A ricordarsi che ciò che lo tiene insieme non è una battaglia culturale, ma una fede incarnata in una storia, in una successione apostolica, in comunità concrete che soffrono e resistono, come quelle di Gerusalemme.

Il Vaticano, com'è prevedibile, userà toni diplomatici. Leone XIV non è un Papa da scontro frontale. Ma sul piano ecclesiale il segnale è chiaro: una linea rossa è stata tracciata, e non solo in Terra Santa. Negli Stati Uniti, quella linea ha funzionato come un richiamo all'ordine, quasi come un esame di coscienza collettivo. E il risultato, inatteso, è stato un gesto di unità.

Non è poco. In tempi di frammentazione, ritrovarsi attorno all'essenziale è già un segno di speranza. Per alcuni, persino un piccolo miracolo.

Marco Baratto

mercoledì 21 gennaio 2026

Oltre le paci di parte: il multilateralismo come lingua comune della famiglia dei popoli


Il discorso di Papa Leone XIV al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, pronunciato il 9 gennaio 2026, costituisce una risposta chiara e articolata anche a iniziative che, come il Board of Peace americano, si propongono come alternative o correttivi alle Nazioni Unite, ma nascono e operano a partire da una visione parziale del mondo. Senza mai citare direttamente tali organismi, il Pontefice ne mette in luce i limiti strutturali e culturali, riaffermando con forza il valore del multilateralismo autentico contro ogni tentazione di sostituirlo con piattaforme promosse "da una sola parte".

Papa Leone riconosce anzitutto il ruolo storico delle Nazioni Unite: la mediazione dei conflitti, la promozione dello sviluppo, la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Non si tratta di una difesa acritica. Al contrario, il Papa ammette la necessità di riforme profonde affinché l'ONU non continui a rispecchiare un mondo ormai superato, quello del dopoguerra, ma sappia interpretare le sfide del presente: tensioni geopolitiche multipolari, disuguaglianze strutturali, crisi climatiche e umanitarie. Tuttavia, ciò che va riformato è l'efficacia e l'orientamento dell'azione multilaterale, non il suo principio ispiratore.

È qui che emerge implicitamente la critica a organismi come il Board of Peace. Quando la pace viene promossa da strutture nate sotto l'egida di un singolo Stato o di un'area geopolitica, essa rischia di essere percepita – e spesso di essere realmente – come espressione di interessi particolari. Anche quando animati da buone intenzioni, tali organismi mancano di una caratteristica essenziale: la rappresentatività della pluralità dei popoli e delle culture. La pace, sembra ricordare il Papa, non può essere "esportata" come un modello prefabbricato, né imposta attraverso categorie linguistiche e morali che non sono universalmente condivise.

In questo senso, l'elogio del multilateralismo assume un valore profondamente politico e culturale. Il multilateralismo non è solo una tecnica diplomatica, ma un luogo simbolico, paragonabile all'antico foro romano o alla piazza medievale: uno spazio in cui ci si incontra per parlare. Ma parlare, sottolinea Leone XIV, non è un atto neutro. Per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Senza un linguaggio comune, il confronto si riduce a una somma di monologhi contrapposti.

Il Papa individua proprio qui una delle crisi più gravi del nostro tempo: la perdita di aderenza tra parole e realtà. Il significato dei termini fondamentali diventa fluido, ambiguo, manipolabile. Concetti come pace, diritti, libertà, inclusione vengono piegati a narrazioni ideologiche, spesso promosse dai soggetti più forti sul piano politico e mediatico. Il riferimento a Sant'Agostino – due uomini che non riescono a comprendersi perché parlano lingue diverse – descrive efficacemente un ordine internazionale in cui la comunanza di natura e di destino non basta più a creare intesa.

In tale contesto, il linguaggio smette di essere strumento di incontro e diventa un'arma. Non serve più a conoscere l'altro, ma a colpirlo, delegittimarlo, escluderlo. È una dinamica che può manifestarsi tanto nelle istituzioni globali quanto in organismi alternativi che, pur proclamando la pace, adottano un lessico ideologicamente orientato. Il Papa mette in guardia da questa deriva: senza parole chiare e ancorate alla verità, non può esserci dialogo autentico né mediazione efficace. E senza mediazione, la pace lascia spazio alla logica della forza.

Particolarmente incisiva è la riflessione sulla libertà di espressione. Leone XIV smaschera un paradosso tipico delle democrazie occidentali contemporanee: l'indebolimento della parola viene spesso giustificato in nome della libertà. In realtà, afferma il Papa, la libertà di parola è garantita proprio dalla certezza del linguaggio. Quando si afferma un "nuovo linguaggio" dal sapore orwelliano, che pretende di essere inclusivo ma esclude chi non si conforma, si restringono gli spazi del dissenso e del pluralismo. Questo vale tanto nelle società civili quanto nei consessi internazionali.

Le conseguenze di tale approccio si riflettono direttamente sui diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. L'obiezione di coscienza, difesa con chiarezza nel discorso, rappresenta un punto di non negoziabilità per una pace autentica. Essa non è una ribellione all'ordine giuridico, ma un atto di fedeltà alla dignità personale. In un mondo in cui anche Stati che si proclamano paladini dei diritti umani mettono in discussione questa libertà, il Papa richiama un principio essenziale: una società libera non impone uniformità morale, ma protegge la diversità delle coscienze.

In conclusione, il discorso di Papa Leone XIV si configura come una risposta preventiva e sostanziale a ogni tentativo di sostituire il multilateralismo con iniziative di parte. Il Board of Peace americano, come altri organismi simili, è implicitamente invitato a interrogarsi sulla propria legittimità universale. La pace non nasce da tavoli ristretti né da linguaggi ideologici, ma da spazi realmente condivisi, dove le parole tornano a significare ciò che sono chiamate a dire. Solo così la famiglia dei popoli potrà riconoscersi e camminare insieme verso un futuro più giusto.

Marco Baratto

martedì 20 gennaio 2026

Fake news, veleni e strategie di logoramento: il caso Macron come tassello del piano di delegittimazione di Papa Leone


Nelle ultime ore una notizia priva di qualsiasi fondamento fattuale ha trovato terreno fertile sui social media e su alcuni blog: il presunto annullamento, per volontà del Santo Padre, di un incontro con il Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Una voce costruita sul nulla, attribuita falsamente a dichiarazioni mai rilasciate da Mons. Giovanni Cesare Pagazzi, che l'Arcivescovo ha smentito in modo netto e inequivocabile. Eppure, come spesso accade nel tempo della comunicazione frammentata e polarizzata, la smentita non ha avuto la stessa forza virale della menzogna.

Questo episodio, apparentemente marginale, rischia però di essere letto come qualcosa di più ampio: un ulteriore tassello di un clima di delegittimazione crescente nei confronti di Papa Leone, che alcuni osservatori ritengono alimentato da ambienti ostili al suo pontificato, in particolare da settori conservatori e da quella galassia di opposizione interna che, soprattutto negli Stati Uniti, assume talvolta i contorni di un vero e proprio scisma strisciante.

Il meccanismo è noto. Si prende una figura istituzionale di alto profilo – in questo caso il Presidente francese – e si insinua l'idea di un gesto politico o diplomatico "forte" del Papa, presentato come isolato, irrituale o addirittura ostile. Si attribuiscono poi queste ricostruzioni a fonti ecclesiastiche, meglio se con titoli altisonanti, salvo scoprire che tali fonti non solo non hanno mai parlato, ma non avrebbero nemmeno competenza sulla materia. Il risultato è un racconto suggestivo, capace di alimentare sospetti e divisioni, pur essendo completamente infondato.

Nel caso specifico, Mons. Pagazzi ha chiarito di non aver mai rilasciato dichiarazioni del genere e di non occuparsi di relazioni diplomatiche o di agenda pontificia. Una precisazione che dovrebbe chiudere ogni discussione. E invece la notizia continua a circolare, rimbalzando tra pagine social e blog ideologicamente orientati, spesso accomunati da una linea editoriale critica, quando non apertamente ostile, nei confronti dell'attuale Pontefice.

È qui che emerge una chiave di lettura più politica e culturale. Papa Leone, sin dall'inizio del suo pontificato, ha mostrato una chiara volontà di riforma, di dialogo con il mondo contemporaneo e di superamento di alcune rigidità dottrinali e pastorali. Una linea che ha suscitato consenso, ma anche resistenze profonde. In alcuni settori conservatori, soprattutto extraeuropei, questa impostazione viene percepita come una minaccia all'identità tradizionale della Chiesa.

Negli Stati Uniti, in particolare, si parla sempre più apertamente di una frattura interna: vescovi, teologi, media cattolici e movimenti laicali che contestano il magistero papale, ne mettono in discussione l'autorità e, in alcuni casi, arrivano a ipotizzare scenari di rottura. Uno "scisma americano" che non è ancora un fatto compiuto, ma che rappresenta una preoccupazione reale per il Vaticano e per lo stesso Papa Leone.

In questo contesto, la diffusione sistematica di fake news assume un significato preciso. Non si tratta solo di disinformazione occasionale, ma di una strategia di logoramento: indebolire la credibilità del Pontefice, dipingerlo come impulsivo, ideologico o politicamente schierato, e creare un clima di sfiducia attorno alla sua figura. Ogni falsa notizia diventa così un'arma simbolica, un pretesto per rafforzare narrazioni preesistenti.

Il caso Macron si inserisce perfettamente in questo schema. L'idea di un Papa che "annulla" un incontro con un leader europeo viene utilizzata per suggerire una rottura con l'Occidente politico, o per alimentare l'immagine di un pontificato isolato e conflittuale. Poco importa che non vi sia alcuna prova, né alcuna dichiarazione ufficiale: ciò che conta è l'effetto emotivo e divisivo della notizia.

Di fronte a tutto questo, l'invito alla responsabilità è più che mai necessario. Verificare le fonti, affidarsi a canali di informazione autorevoli, diffidare di blog e pagine che vivono di scandali costruiti e di narrazioni tendenziose non è solo una buona pratica giornalistica, ma un atto di rispetto verso le istituzioni e verso la verità.

Papa Leone, come ogni Pontefice, è legittimamente criticabile sulle scelte pastorali e politiche. Ma la critica, per essere tale, deve poggiare su fatti reali, non su voci inventate. Altrimenti si scivola in un terreno pericoloso, dove la menzogna diventa strumento di lotta interna e la disinformazione finisce per minare la credibilità stessa della Chiesa.

La vicenda delle ultime ore dovrebbe dunque servire da monito. Non solo contro le fake news, ma contro un clima di contrapposizione che rischia di trasformare il dissenso in delegittimazione sistematica. Un rischio che Papa Leone conosce bene e che, secondo molti, rappresenta una delle sfide più delicate del suo pontificato. 

Marco Baratto

lunedì 19 gennaio 2026

Il “Codice Leone”: la linea di frattura tra cattolicesimo americano e diplomazia della pace


La dichiarazione congiunta dei cardinali Blase Cupich, Robert McElroy e Joseph Tobin rappresenta uno dei più espliciti interventi dell'episcopato statunitense sul terreno della politica estera dalla fine della Guerra Fredda. Non si tratta soltanto di una presa di posizione contingente sulle crisi internazionali in corso, ma di un atto teologico e politico insieme: il tentativo di ricondurre l'azione globale degli Stati Uniti dentro una cornice morale ispirata direttamente al magistero di Papa Leone XIV. È qui che prende forma quello che possiamo definire, con efficace sintesi, il "Codice Leone".

Il cuore del testo è il rifiuto netto della normalizzazione della forza come strumento ordinario di politica internazionale. I tre cardinali leggono gli eventi di Venezuela, Ucraina e Groenlandia come sintomi di una crisi più profonda: l'erosione del multilateralismo, la fragilità del principio di autodeterminazione dei popoli, la riduzione della pace a semplice equilibrio armato. In questa diagnosi risuona chiaramente il discorso di Papa Leone XIV al corpo diplomatico del 9 gennaio 2026, citato non come ornamento retorico ma come chiave interpretativa del presente.

Il Pontefice ha parlato senza ambiguità di una "diplomazia della forza" che sostituisce il dialogo e il consenso, e di un ritorno dell'"entusiasmo per la guerra". È un linguaggio volutamente duro, che richiama la memoria del secondo dopoguerra e del tentativo – oggi sempre più indebolito – di costruire un ordine internazionale fondato sul diritto, non sulla potenza. I cardinali americani raccolgono questo monito e lo applicano al contesto nazionale, denunciando una concezione ristretta dell'interesse nazionale che sacrifica la solidarietà tra le nazioni e, in ultima analisi, la dignità della persona umana.

In questo senso, la dichiarazione non è "anti-americana", come qualcuno potrebbe superficialmente sostenere, ma profondamente esigente nei confronti dell'identità morale degli Stati Uniti. McElroy lo afferma con chiarezza: ignorare l'imperativo della solidarietà globale non danneggia solo i più deboli, ma mina i "più veri interessi" del Paese e le sue migliori tradizioni. La pace giusta non è presentata come un ideale ingenuo, bensì come un bene realistico e vantaggioso per tutte le nazioni.

Il "Codice Leone" emerge però in modo ancora più netto quando la riflessione sulla guerra si intreccia con i temi classici della dottrina sociale cattolica: il diritto alla vita, la dignità umana, la libertà religiosa. Papa Leone XIV – e con lui i cardinali – rifiuta ogni frammentazione morale. Non esiste una politica estera eticamente neutra che possa essere separata dalle scelte su aborto, eutanasia, aiuti umanitari o libertà di coscienza. La riduzione degli aiuti internazionali da parte delle nazioni ricche viene letta come una ferita diretta alla dignità umana, non come una semplice opzione di bilancio. Allo stesso modo, le violazioni della libertà religiosa, giustificate in nome di ideologie o integralismi, sono viste come segnali di una crisi antropologica prima ancora che politica.

È su questo sfondo che si colloca l'intervento del cardinale Pietro Parolin, che rafforza e completa il quadro. Il Segretario di Stato vaticano richiama esplicitamente lo "spirito del Dopoguerra", cioè quel multilateralismo che ha cercato di imbrigliare la forza dentro regole condivise. La sua affermazione – "non far valere le proprie posizioni solo con la forza è un imperativo" – riecheggia come una conferma autorevole della linea tracciata da Leone XIV e fatta propria dai cardinali americani.

Ma perché tutto questo assume un valore così delicato nel contesto degli Stati Uniti? Qui entra in gioco la "deriva cattolica" americana. Papa Leone XIV sembra perfettamente consapevole di un fenomeno crescente: l'influenza, dentro il cattolicesimo statunitense, di convertiti provenienti dal protestantesimo evangelicale che, pur abbracciando Roma, continuano a leggere la fede cattolica con categorie protestanti. È una visione spesso marcata da individualismo morale, messianismo politico e una teologia del potere che fatica ad accettare il primato del bene comune globale.

In questa prospettiva, la guerra può diventare uno strumento quasi redentivo, la nazione un soggetto provvidenziale, la forza una scorciatoia morale. Il "Codice Leone" si pone esattamente in antitesi a questa impostazione. Recupera la tradizione cattolica della pace come dono e compito, della politica come servizio, della comunità internazionale come spazio morale e non solo strategico. È un codice che parla agli Stati Uniti, ma guarda anche all'Europa, dove simili tentazioni – seppur in forme diverse – stanno riaffiorando.

La dichiarazione di Cupich, McElroy e Tobin non chiude il dibattito: lo apre. Quando affermano che nei prossimi mesi "predicheremo, insegneremo e ci impegneremo", indicano una strategia pastorale e culturale di lungo periodo. Il "Codice Leone" non è uno slogan, ma un criterio di discernimento. In un mondo che sembra rassegnarsi alla logica dei blocchi e delle armi, la Chiesa – almeno in questa voce autorevole – sceglie di ricordare che la pace non nasce dalla forza, ma dalla giustizia. E che rinunciare a questa verità significa, prima o poi, pagarne il prezzo.

Marco Baratto

domenica 18 gennaio 2026

“Basta arricchirsi sulla pelle dei più deboli”: l’appello profetico della Santa Sede sull’Est della RDC che il mondo non vuole ascoltare

L'appello che si leva dalla Santa Sede sull'Est della Repubblica Democratica del Congo non è episodico né occasionale. È un grido costante, lucido e profetico, che attraversa i pontificati e che oggi torna con forza, mentre gran parte della comunità internazionale continua a voltarsi dall'altra parte. 

Nel messaggio rivolto ai fedeli all'inizio della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, il Papa ha ricordato ancora una volta le «grandi difficoltà che soffre la popolazione dell'est della Repubblica Democratica del Congo», costretta alla fuga, travolta dalla violenza e da una crisi umanitaria drammatica. Un richiamo che non è solo spirituale, ma profondamente politico nel senso più alto del termine: la difesa della dignità umana.

La Santa Sede continua ad avere un focus chiaro e coerente sull'Est della RDC, una regione il cui nome – Bunia, Beni, Butembo, Goma, Masisi, Rutshuru, Bukavu, Uvira – raramente compare nei titoli dei media internazionali, ma che da anni è teatro di massacri, stupri di massa, saccheggi, sfollamenti forzati. Questo impegno non nasce dal nulla: è anche il frutto del viaggio compiuto dal predecessore di Papa Leone nella Repubblica Democratica del Congo, un pellegrinaggio di dolore e di vicinanza che ha dato voce a chi non ne ha.

In quel contesto risuona con particolare forza un passaggio che resta centrale e scomodo, perché chiama in causa responsabilità precise, interne ed esterne. Un passaggio che non usa mezzi termini e che va evidenziato senza attenuazioni:

«Rivolgo un vibrante appello a tutte le persone, a tutte le entità, interne ed esterne, che tirano i fili della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, depredandola, flagellandola e destabilizzandola».

Queste parole non sono retorica. Sono una denuncia diretta contro un sistema di violenza strutturale, alimentato da interessi economici, geopolitici e criminali. La guerra nell'Est del Congo non è un conflitto dimenticato per caso: è una guerra funzionale a un'economia armata che prospera sull'instabilità. Minerali preziosi, terre rare, coltan, oro: risorse che alimentano mercati globali e tecnologie avanzate, mentre la popolazione locale paga il prezzo più alto in termini di sangue, stupri, villaggi bruciati, infanzia rubata.

Il Papa lo dice senza ambiguità: ci si arricchisce «attraverso lo sfruttamento illegale dei beni di questo Paese e il cruento sacrificio di vittime innocenti». E aggiunge parole che pesano come macigni: «Ascoltate il grido del loro sangue». È un richiamo biblico, che rimanda al grido di Abele, ma è anche un'accusa morale rivolta a governi, multinazionali, gruppi armati, reti di traffico che continuano a trarre profitto da una guerra che sembra non dover mai finire.

La forza di questo appello sta anche nel suo carattere universale: non si rivolge solo ai "signori della guerra" locali, ma anche a chi, da lontano, beneficia di quel caos. A chi chiude gli occhi, a chi firma contratti, a chi compra risorse "sporche di sangue", a chi preferisce il silenzio per non disturbare equilibri economici e strategici. È qui che la voce della Santa Sede si distingue: non accetta la logica della rassegnazione né quella dell'ipocrisia.

Accanto alla denuncia, però, c'è anche un messaggio di prossimità profonda alle vittime. «Le vostre lacrime sono le mie lacrime», dice il Papa agli abitanti dell'Est. È una Chiesa che non osserva da lontano, ma si schiera. «La Chiesa è e sarà sempre dalla vostra parte», afferma con chiarezza. In un contesto in cui molti si sentono dimenticati non solo dalla politica, ma anche dalla comunità internazionale, questa vicinanza assume un valore enorme.

Il richiamo all'unità dei cristiani, tema della settimana di preghiera, si intreccia così con l'impegno per la pace e la giustizia. Non può esserci unità autentica senza attenzione ai luoghi dove l'umanità viene quotidianamente calpestata. Non può esserci preghiera credibile senza la denuncia delle strutture di peccato che generano guerra e miseria.

Il messaggio che arriva da Roma è chiaro: basta. Basta violenza, basta sfruttamento, basta arricchirsi sulla pelle dei più deboli. E allo stesso tempo: no alla rassegnazione, sì alla speranza, sì alla riconciliazione. Una speranza che non è ingenua, ma esigente; una riconciliazione che non cancella la giustizia, ma la porta a compimento.

In un mondo distratto da altre crisi più "mediatiche", l'Est della Repubblica Democratica del Congo continua a sanguinare. La Santa Sede, quasi sola, continua a ricordarlo. Sta ora alla comunità internazionale decidere se ascoltare questo appello vibrante o continuare a far finta di niente. Perché il silenzio, davanti a tutto questo, non è mai neutrale.

Marco Baratto

giovedì 15 gennaio 2026

Quando il potere non ha bisogno di mostrarsi: la monarchia contro il mito della visibilità

 Nel dibattito pubblico contemporaneo si assiste a una confusione sempre più marcata tra visibilità e presenza, tra esposizione mediatica e reale esercizio dell'autorità. È una confusione che rivela non solo una crisi della politica, ma una crisi più profonda del modo stesso in cui la modernità comprende il potere. A mettere a fuoco con lucidità questo nodo è Zakia Laaroussi, nel suo articolo duro e giustificato, pubblicato su diversi quotidiani e rilanciato in Italia dal sito focusmediterraneo.it, dal titolo "Quando il silenzio diventa sovrano: una lettera d'amore a un Re tranquillo e un'accusa all'ossessione rumorosa".

 In un passaggio centrale dell'articolo, Laaroussi scrive:

 "L'errore ricorrente è confondere la visibilità con la presenza. Quando l'immagine diventa la condizione dell'esistenza politica, qualsiasi assenza è percepita come un difetto. Ma quando il potere è istituzionalizzato, quando il processo decisionale è incorporato nella struttura stessa dello Stato, la distanza dalla scena cessa di essere una minaccia. Diventa un mero dettaglio." 

 Queste parole colgono con precisione chirurgica uno dei mali del nostro tempo. La società contemporanea, dominata dal flusso continuo di immagini, dichiarazioni e prese di posizione, fatica a concepire un potere che non si esprima costantemente attraverso la visibilità. Il silenzio viene interpretato come debolezza, la discrezione come mancanza, l'assenza dalla scena come vuoto di autorità.

 Eppure, questa logica è radicalmente estranea alla tradizione monarchica, dove il potere non nasce dall'esposizione, ma dalla continuità. Gli attacchi rivolti al Re del Marocco ne sono una dimostrazione evidente rivelano un'incapacità strutturale di comprendere la differenza tra un sovrano e un politico. Il politico moderno vive di visibilità: deve mostrarsi, parlare, spiegare, giustificare. Il Sovrano, invece, è. La sua presenza non coincide con la sua immagine, ma con l'esistenza stessa dell'istituzione che incarna. 

Quando il potere è davvero istituzionalizzato, come osserva Laaroussi, la distanza dalla scena non è una minaccia: è parte integrante del suo funzionamento. Questa riflessione non riguarda soltanto il Marocco. Da italiano e cattolico, pongo da mesi la stessa domanda a coloro che accusano il Santo Padre di essere "silenzioso" o "poco visibile".

 Anche il Papa, infatti, è un monarca: non solo Capo spirituale della Chiesa cattolica, ma anche Capo di Stato di una monarchia assoluta, la Città del Vaticano. Pretendere da lui una presenza mediatica continua significa fraintendere radicalmente la natura del suo ruolo. 

Il Papa non è un capo politico in cerca di consenso, ma un Sovrano spirituale e istituzionale, la cui autorità non dipende dalla frequenza delle sue apparizioni. Ogni vero governante sa che il potere autentico non ha bisogno di essere costantemente esibito. Questo vale in generale, ma vale ancor più per le monarchie. La visibilità è una necessità dei sistemi elettivi, dei Presidenti della Repubblica, dei politici che devono rinnovare ciclicamente la propria legittimazione.

 Il Sovrano, invece, non è chiamato a convincere, ma a garantire continuità. La sua forza sta proprio nel non confondersi con il rumore del tempo presente. Figure come il Re del Marocco, Sua Maestà Carlo III e il Pontefice romano incarnano oggi gli ultimi baluardi di una concezione del potere che la modernità tende a rifiutare: quella secondo cui la monarchia trascende la persona del sovrano. Il Re passa, l'istituzione resta. I cittadini sanno che vi è il Re, anche senza vederlo quotidianamente. Sanno che l'autorità esiste, anche senza proclami. Questa consapevolezza non genera ansia, ma stabilità. Nel caso di Papa Leone XIV, questa dinamica appare ancora più evidente.

 Dopo anni in cui i Pontefici sono stati incasellati dai media in categorie rassicuranti — "papa teologo", "papa missionario", "papa della Chiesa in uscita" — la Chiesa si trova oggi davanti a un Papa che rifiuta le etichette. Un Papa che esercita il suo ministero come Capo religioso e Capo di Stato, spogliando se stesso per far emergere l'istituzione. Non cerca una narrazione personale, non alimenta un personaggio, non si presta alla logica dell'iper-comunicazione. 

 Questa è l'essenza più profonda della monarchia: spogliare la figura della persona per far emergere l'istituzione. Ridurre l'io per rafforzare il ruolo. In un'epoca che esalta l'individuo e diffida delle strutture, la monarchia ricorda che il potere non è mai solo personale, ma simbolico, storico, trascendente. È proprio questa distanza, questo silenzio, a renderlo solido. Come scrive Zakia Laaroussi, quando il potere è davvero incorporato nella struttura dello Stato, la distanza dalla scena diventa un dettaglio. In un mondo ossessionato dalla visibilità, il Sovrano silenzioso appare anacronistico. 

In realtà, è profondamente sovversivo. Ricorda che governare non significa apparire, ma essere. E che, talvolta, il silenzio non è assenza di potere, ma la sua forma più alta.  
Marco Barattoc

lunedì 12 gennaio 2026

Tre monaci sulla cattedra: Schuster, Delpini e Leone, l’autorità che si svuota

La recente visita di mons. Mario Delpini al Papa offre l'occasione per una rilettura più profonda e meno contingente del suo episcopato milanese, soprattutto nel momento in cui il suo mandato volge verso la conclusione. È un tempo favorevole non per il bilancio amministrativo, ma per un discernimento storico e spirituale, capace di collocare la figura dell'attuale Arcivescovo in una traiettoria più ampia della Chiesa ambrosiana. In questa prospettiva, il confronto con il beato cardinale Ildefonso Maria Schuster non appare né arbitrario né celebrativo, ma fondato su un tratto ecclesiale comune che, paradossalmente, è stato spesso poco compreso: la scelta consapevole di spogliare la propria figura personale per far emergere la Chiesa.

Mons. Delpini stesso, all'atto della nomina, scherzò sul fatto che i vescovi di Milano avessero nomi "importanti" e che ora fosse arrivato semplicemente un Mario. Quella battuta, letta oggi, rivela un'intuizione più profonda di quanto potesse apparire allora. Il beato Ildefonso Maria Schuster, monaco benedettino prima ancora che pastore, portava in sé un nome carico di densità simbolica; Delpini, con la sua apparente ordinarietà, sembra invece voler scomparire dietro il ruolo. Eppure, in entrambi, il tratto decisivo non è il carisma personale, ma la radicale subordinazione della persona alla missione ecclesiale. Questo è un punto che accomuna anche Papa Leone, spesso frainteso nella sua sobrietà e nel suo rifiuto di un protagonismo ecclesiastico: figure diverse, ma unite da una medesima ascesi del potere e della visibilità.

Il cardinale Schuster è stato, nel senso più pieno, un monaco sul seggio ambrosiano. La sua omelia di inizio Avvento, in cui denunciò con parole lucidissime l'ideologia razzista come eresia neo-pagana, mostra una Chiesa che non cerca il consenso ma la verità. In quel testo, Schuster non difendeva un'identità culturale o nazionale, ma riaffermava la dignità universale dell'uomo contro ogni riduzione biologica e ideologica. Era una parola scomoda, pronunciata in un tempo in cui molti preferivano il silenzio. Anche allora, come oggi, quella postura fu compresa solo parzialmente.

In modo diverso, ma non meno radicale, mons. Delpini ha scelto una linea simile. La promulgazione delle costituzioni sinodali nel 2019, accompagnata dalla lettera introduttiva Ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell'Agnello, rappresenta uno dei momenti più alti del suo episcopato. In quel gesto non vi è alcuna auto-affermazione personale, ma un richiamo netto alla dimensione contemplativa della Chiesa, alla sua identità sponsale, alla sua cattolicità intesa come apertura universale. Delpini ha rimesso al centro non se stesso, ma il mistero della Chiesa abitata dallo Spirito, capace di leggere le trasformazioni sociali non come minaccia, ma come occasione di fedeltà creativa.

Qui il parallelo con Schuster diventa particolarmente significativo. Entrambi hanno interpretato Milano non come una fortezza identitaria, ma come una Chiesa dalle genti, in continuità con lo spirito di sant'Ambrogio. Schuster lo fece resistendo a ogni tentazione di sacralizzare il potere politico; Delpini lo ha fatto rilanciando una cattolicità concreta, incarnata nel processo sinodale e nella collaborazione con il tessuto civile, anche laico e non credente. Questa è una cifra profondamente ambrosiana: la simbiosi, mai confusiva, tra potere civile e autorità religiosa, fondata non sulla subordinazione ma sulla corresponsabilità.

Il tempo della pandemia ha reso questo tratto ancora più evidente. Come Schuster non abbandonò mai Milano negli anni della Seconda guerra mondiale, rimanendo accanto ai milanesi nel momento della prova, così mons. Delpini non ha mai lasciato la città negli anni del Covid. La sua presenza discreta ma costante, la collaborazione leale con le istituzioni, la capacità di parlare un linguaggio condivisibile anche da chi non si riconosce nella fede cristiana, hanno mostrato una Chiesa che non occupa lo spazio pubblico, ma lo abita con umiltà e responsabilità. Anche qui, la rinuncia al protagonismo personale è stata la condizione per una reale autorevolezza ecclesiale.

È forse questo il punto che meno è stato compreso dell'operato di mons. Delpini, così come non fu compreso quello di Schuster e, in modo analogo, quello di Papa Leone. In un tempo che premia la visibilità, la comunicazione assertiva e la personalizzazione del potere, queste figure hanno scelto la via opposta: l'abbassamento, la sobrietà, il primato dell'istituzione ecclesiale sulla figura del singolo. Possiamo dire, senza forzature, che tutti e tre sono "monaci", non tanto per uno stile ascetico esteriore, quanto per una disciplina interiore che li ha resi capaci di scomparire affinché la Chiesa apparisse.

La visita di mons. Delpini al Papa, letta in questa luce, non è solo un atto di comunione formale, ma il segno di una consonanza profonda tra visioni ecclesiali che privilegiano il lungo periodo, la fedeltà silenziosa e la riforma che nasce dalla contemplazione. In un tempo di giudizi affrettati e di valutazioni basate sul consenso immediato, è forse necessario uno sguardo più lento per riconoscere la portata di queste figure. Come per Schuster, probabilmente solo il tempo permetterà di comprendere fino in fondo il significato dell'episcopato di mons. Delpini: un ministero che non ha cercato di lasciare un'impronta personale, ma di custodire e consegnare una Chiesa più consapevole della propria identità e più aperta alla storia.

Marco Baratto

Il Vaticano muove in silenzio sul Venezuela: l’ombra di Roma sull’incontro tra Machado e Trump


Mentre i riflettori della politica internazionale sono puntati su Washington e sull'atteso incontro tra Donald Trump e Maria Corina Machado, un altro attore si muove lontano dalle telecamere, con la pazienza e la precisione della diplomazia secolare: il Vaticano. È una presenza discreta, quasi impercettibile, ma capace di alterare gli equilibri più delle dichiarazioni roboanti. Sul futuro del Venezuela, Roma ha deciso di far sentire il proprio peso senza alzare la voce.

La leader dell'opposizione venezuelana arriverà nella capitale statunitense la prossima settimana. Ad annunciarlo è stato lo stesso Trump durante un'intervista a Hannity su Fox News: "Ho capito che verrà e non vedo l'ora di salutarla". Parole misurate, ma sufficienti a riaprire uno spiraglio dopo giorni di gelo. Machado spera di convincere il presidente americano di essere lei la figura più legittimata a guidare la transizione del Paese, dopo la caduta di Nicolás Maduro. Tuttavia, dietro l'apparente dialogo bilaterale tra Caracas e Washington, si intravede una terza linea diplomatica che passa per i Sacri Palazzi.

Solo pochi giorni prima, Trump aveva infatti spiazzato l'opposizione venezuelana annunciando la volontà di collaborare con Delcy Rodríguez, nominata presidente ad interim con l'appoggio di settori dell'apparato chavista. Una scelta giustificata, secondo la Casa Bianca, dall'assenza di un sostegno reale dell'opposizione tra i militari e le élite economiche del Paese. Machado era stata di fatto marginalizzata. "Non gode del rispetto necessario all'interno del Venezuela", aveva detto Trump, liquidando con una frase anni di battaglie politiche.

Parole che hanno gelato non solo il team della leader venezuelana, ma anche una parte consistente del Partito Repubblicano, in particolare i parlamentari della Florida legati alla diaspora venezuelana. È in questo clima che si inserisce, con estrema cautela, l'azione del Vaticano.

L'udienza concessa da Papa Leone XIV a Machado – comparsa senza preavviso nell'agenda ufficiale – è da  interpretare come una mossa di diplomazia sottile, ma tutt'altro che neutrale. Nessun comunicato, nessuna dichiarazione sul contenuto dell'incontro. Eppure, il solo annuncio è bastato a lanciare un messaggio chiaro a Washington: la Santa Sede non intende restare ai margini del processo di transizione venezuelano.

Per il Vaticano, il Venezuela non è un dossier qualunque. È un Paese a larghissima maggioranza cattolica, segnato da anni di crisi umanitaria, migrazioni di massa e repressione politica. Accettare una soluzione che affidi il potere a figure percepite come espressione degli apparati chavisti, o a interessi economici internazionali, significherebbe legittimare una "sovranità limitata" incompatibile con la dottrina sociale della Chiesa.

Il messaggio di Roma è articolato su più livelli. Il primo è geopolitico: la Santa Sede rivendica un ruolo nel dialogo sulla transizione e rifiuta l'idea che il futuro del Venezuela venga deciso esclusivamente da Washington. Il secondo è interno agli Stati Uniti: il Papa richiama indirettamente i deputati cattolici americani, invitandoli a non sacrificare i valori e la fedeltà ecclesiale sull'altare della convenienza politica. Il terzo è elettorale: un segnale rivolto al cattolicesimo americano, ancora fortemente attratto dall'universo MAGA, che potrebbe rivelarsi decisivo nelle elezioni di medio termine.

È in questo contesto che si colloca la missione di Machado a Washington. La leader dell'opposizione punta a ricostruire il rapporto con Trump attraverso una strategia dichiaratamente pragmatica: recuperare legittimità internazionale, dimostrare di poter dialogare con i poteri forti venezuelani e, soprattutto, lusingare il presidente americano. Non a caso, Machado sarebbe pronta a consegnargli simbolicamente il suo Premio Nobel per la Pace, gesto che Trump ha definito "un grande onore".

Dietro le quinte, però, pesa ancora il retroscena emerso sul Washington Post: secondo fonti vicine all'amministrazione, Trump non avrebbe mai perdonato a Machado di aver accettato il Nobel. Un dettaglio che, in un contesto normale, sarebbe marginale, ma che con Trump assume un valore politico determinante.

I repubblicani della Florida, come Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Elvira Salazar, continuano a sostenerla apertamente. Per loro, una transizione che escluda Machado sarebbe un boomerang elettorale, soprattutto tra gli americano-venezuelani di Miami, storicamente ostili a qualsiasi compromesso con l'eredità di Maduro.

Trump, dal canto suo, frena: "È troppo presto per le elezioni", ha detto a Fox News. "Il Paese deve essere ricostruito". Machado risponde con sicurezza: se si votasse oggi, vincerebbe con una maggioranza schiacciante.

Nel silenzio ovattato del Vaticano, intanto, la partita continua. Senza dichiarazioni ufficiali, senza prese di posizione esplicite, Roma ha già ottenuto un risultato: costringere Trump a fare i conti con un attore che non si può ignorare e che 2000 anni di storia hanno insegnato come gestire i rapporti internazionali. 

Non è ancora una svolta, ma il punto è stato segnato. E, in diplomazia, spesso basta questo per cambiare l'esito della partita.

Marco Barattoc

venerdì 9 gennaio 2026

Un Concistoro che cambia il passo: Leone XIV e la nascita di una sinodalità reale


Il primo Concistoro straordinario del pontificato di Leone XIV non è stato un semplice adempimento istituzionale. È apparso, piuttosto, come una dichiarazione d'intenti, una finestra aperta sulla visione ecclesiale del nuovo Papa e sul metodo con cui intende governare la Chiesa universale. Le parole pronunciate "a braccio", la scelta dei riferimenti teologici e biblici, il tono fraterno e insieme esigente hanno delineato un orizzonte chiaro: una Chiesa missionaria, unita non per strategia ma per attrazione, guidata da una sinodalità vissuta prima ancora che organizzata.

Il punto di partenza scelto da Leone XIV non è casuale. L'Epifania, con il suo linguaggio di luce che vince le tenebre, diventa la chiave di lettura dell'intero incontro. Isaia, il Concilio Vaticano II e l'esperienza ecclesiale contemporanea vengono tenuti insieme in una linea coerente: Cristo è la luce delle genti e la Chiesa non ne è la fonte, ma il riflesso. In questa prospettiva, la missione non è mai proselitismo, bensì irradiazione. È qui che il Papa raccoglie e rilancia una delle intuizioni più forti dei suoi predecessori: la Chiesa cresce per attrazione.

Leone XIV mostra di collocarsi consapevolmente nella scia di Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, ma lo fa con un accento personale. L'attrazione, ricorda, non nasce dall'efficienza né dall'organizzazione, bensì dalla charis, dall'agape, dall'amore di Dio incarnato in Cristo e riversato nella Chiesa dallo Spirito Santo. «Non è la Chiesa che attrae ma Cristo», afferma con chiarezza. È un'affermazione che ridimensiona ogni tentazione autoreferenziale e rimette al centro la credibilità evangelica: solo l'amore è degno di fede.

Da qui deriva una conseguenza decisiva: l'unità non è un accessorio, ma una condizione essenziale della missione. «L'unità attrae, la divisione disperde», osserva il Papa, con un'immagine che richiama tanto la teologia quanto la fisica. In un Collegio cardinalizio ampio, multiculturale e segnato da esperienze spesso molto diverse, l'unità non può essere data per scontata. Va costruita pazientemente attraverso l'ascolto, il dialogo e una reale fraternità. È significativo che Leone XIV non parli di "team di esperti", ma di "comunità di fede": i doni personali hanno senso solo se offerti al Signore e restituiti per il bene comune.

In questo quadro si colloca la forte insistenza sulla sinodalità. Non come slogan, ma come stile ecclesiale. «Sono qui per ascoltare», ripete il Papa, facendo eco alle Assemblee sinodali del 2023 e del 2024 e al celebre discorso di Francesco per il 50° anniversario del Sinodo dei Vescovi. La sinodalità, per Leone XIV, è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio perché il mondo di oggi esige sinergie, corresponsabilità e una testimonianza credibile di comunione.

Il metodo del Concistoro riflette questa visione. Nessun documento finale, nessuna corsa alla sintesi forzata, ma una "conversazione" orientata al discernimento. Pochi temi, scelti con cura: Evangelii gaudium, Praedicate Evangelium, sinodalità e liturgia. E una domanda guida concreta, proiettata sul futuro immediato. L'obiettivo non è produrre testi, ma aiutare il Papa nel suo servizio. Anche la scelta di dare voce soprattutto ai gruppi provenienti dalle Chiese locali indica un desiderio reale di ascolto del "periferico", non solo del centro.

In questo senso, il Concistoro straordinario appare come il primo atto istituzionale di un pontificato che vuole ridefinire il modo di governare. La proposta di un unico Concistoro lungo annuale, invece di due brevi, va letta in questa direzione: meno eventi formali, più tempo per una riflessione condivisa e per relazioni autentiche. Non è solo una scelta organizzativa, ma un segnale ecclesiologico.

Personalmente si nota che Papa Leone stia seguendo  il modello sinodale delle Chiese ortodosse, soprattutto alla luce di recenti aperture teologiche e del linguaggio usato sull'unità. Senza forzare paragoni, è evidente che Leone XIV sta lavorando a una sinodalità "de facto", incarnata nella prassi, più che proclamata nei documenti. Una sinodalità che rafforza l'unità interna della Chiesa cattolica e, al tempo stesso, invia un messaggio chiaro al mondo ortodosso: l'unità non nasce dall'uniformità, ma dalla comunione nella carità.

Il Papa non ignora le ferite del mondo. Guerra, violenza, sofferenza delle Chiese locali emergono con forza negli interventi dei cardinali. Ma anche qui il suo sguardo è evangelico e realistico: non sempre ci saranno soluzioni immediate. Ciò che non mancherà mai, però, sono i "cinque pani e due pesci" che la Provvidenza affida a una Chiesa capace di condividere. È un'immagine che dice molto del suo pontificato nascente: sobrietà, fiducia in Dio, corresponsabilità.

Questo Concistoro non è stato dunque un semplice inizio, ma un orientamento. Leone XIV ha indicato il tono, il metodo e le priorità. Se riuscirà a trasformare questa comunione iniziale in una collaborazione stabile e praticabile, la Chiesa potrà affrontare le sfide del presente con una rinnovata forza attrattiva. Non per sé stessa, ma per Cristo, unica luce capace di guidare i popoli nelle tenebre del nostro tempo.

Marco Baratto

mercoledì 7 gennaio 2026

The “Code of Leo”: When the Pope responds without polemics


Pope Leo XIV does not raise his voice, does not argue, does not condemn. And yet, with a few carefully placed words, he manages to silence months of rumors, suspicions, and conspiracy theories that—both inside and outside the Church—have gone so far as to question an obvious fact: that Pope Francis was truly Pope. Leo XIV responds in his own way, with the style that has marked his pontificate from the very beginning: sober, direct, theologically solid, and at the same time pastorally disarming.

In his address to the Consistory, speaking about the mission of the Church as "attraction" rather than proselytism, Leo XIV states without hesitation: "Pope Francis found himself perfectly in agreement with this approach and repeated it many times in different contexts." Immediately afterward, he speaks of "Popes Benedict XVI and Francis," placing them side by side with complete naturalness, as two links in the same chain, two distinct voices within a single ecclesial symphony. No defense, no additional explanation: the Pope does not engage the conspiracy theorists on their own ground; he simply neutralizes them by affirming the real continuity of the Magisterium. It is an elegant, firm, almost "British" way of closing a question that, theologically speaking, should never have been opened.

This is the first level of what we might call the "Code of Leo": a language that does not divide but reconciles; that does not react but orients; that does not seek confrontation but renders it unnecessary.

The second aspect concerns the method of work, surprisingly close to that of Pope Francis, yet marked by its own cultural signature. The Pope chooses working groups seated around oval tables, designed to encourage genuine exchange rather than frontal or hierarchical discussion. Even the Pontiff himself is included in this dynamic—not as a distant arbiter, but as part of a collegial process. It is a concrete image of a synodal Church, where the very form of the meeting communicates a precise ecclesiological vision.

There is no room here for a Curia conceived as a mere "apparatus," nor for a Pope acting as a "solitary monarch." Instead, we see a Church that discerns together, that works toward convergence, that values differences without turning them into oppositions. It is significant that Leo XIV entrusts the reporting role to groups coming from the local Churches rather than from the Curia: a clear sign of real decentralization, not merely rhetorical.

The third aspect—perhaps the deepest—is the Pope's personal style. Leo XIV consciously "strips himself" of power, or rather, he lives the papal office in its most essential form. He states it with unmistakable clarity: "We do not need to arrive at a text, but to carry forward a conversation that can help me in my service to the mission of the whole Church." This is not a Pope who primarily produces documents, but a Pope who listens. Not a Pope who closes processes, but one who opens them.

In Anglo-Saxon terms, we could openly describe this as an ecclesial brainstorming process—not in a superficial sense, but as a serious practice of shared discernment. Leo XIV does not want labels, does not seek slogans, does not build a "papal brand." He is a Pope shaped and formed within an authentic Anglo-Saxon culture, one that privileges process over immediate results, questions over prepackaged answers.

In certain respects, his approach recalls the Episcopal Church model more than a centralized form of Catholicism: a space where everyone can express an idea, where authority does not silence the other but makes the other's voice possible. Leo XIV does not impose, does not command in an authoritarian sense. He explicitly says so: "I am here to listen." And he connects this choice to the synodal experience of 2023 and 2024, reaffirming that synodality is not a passing trend but "the path God expects of the Church in the third millennium."

In this sense, Leo XIV does not wish to "go down in history" with a label—reformer, conservative, progressive—but with a method. A method that has a clear ecumenical resonance. His understanding of the primacy, more relational than centralizing, more spiritual than juridical, appears as an indirect yet unmistakable message to the Orthodox Church and, above all, to the Ecumenical Patriarchate, where increasingly strong centralizing tendencies are emerging—dynamics not unlike those Rome itself is striving to overcome.

Here lies the strength of the Code of Leo: not thunderous declarations, but coherent gestures; not announced reforms, but embodied practices; not ideological clashes, but a return to the evangelical essentials. Unity that attracts, charity that convinces, listening that generates communion.

Pope Leo XIV does not silence conspiracy theorists with decrees or anathemas. He simply moves beyond them—by continuing to walk forward. And by inviting the whole Church to do the same, together.

Marco Baratto

Tre domande, una direzione: il concistoro di Papa Leone XIV come verifica della vita ecclesiale


Nel cuore dell'omelia per l'Epifania, Papa Leone XIV ha posto tre domande che non sono semplici interrogativi retorici né esortazioni spirituali destinate a rimanere sul piano morale. «C'è vita nella nostra Chiesa? C'è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?». Esse vanno lette come un vero e proprio asse interpretativo del pontificato e, soprattutto, come le linee portanti su cui si muoverà il prossimo concistoro. Non domande, dunque, ma criteri di discernimento e di governo.


La prima affermazione-interrogativo tocca il nucleo più profondo: la vitalità ecclesiale. Papa Leone XIV non identifica la "vita" con l'efficienza organizzativa, con il numero delle attività o con la solidità delle strutture. Al contrario, tutta l'omelia mette in guardia da una Chiesa che, come Gerusalemme al tempo di Erode, conosce le Scritture ma ha perso la capacità di lasciarsi sorprendere da Dio.

La vita di cui parla il Papa è quella che nasce dall'incontro con un Dio vivo, non addomesticabile, non riducibile a garanzia dell'ordine esistente. Una Chiesa viva è una Chiesa che genera gioia e inquietudine insieme, che non anestetizza il desiderio, che non teme di perdere una certa "tranquillità" pur di accogliere il nuovo che Dio fa germogliare.

In questa prospettiva, il concistoro sarà chiamato a interrogarsi sullo stato reale della vita ecclesiale: non solo sulla disciplina interna o sulle riforme strutturali, ma sulla capacità della Chiesa di essere luogo di esperienza spirituale autentica. Dove la Chiesa è viva, i Magi continuano ad arrivare; dove non lo è, anche le porte più solenni restano vuote.


La seconda linea è forse la più esigente. Dare spazio a ciò che nasce significa accettare la fragilità, l'incompletezza, il rischio. Papa Leone XIV insiste sull'immagine del Bambino: il Regno di Dio è piccolo, delicato, esposto. Una Chiesa che non fa spazio al nascente è una Chiesa che preferisce il controllo alla fecondità.

Qui emerge una critica implicita a ogni forma di clericalismo, di autoreferenzialità istituzionale, di paura del cambiamento. Come Erode, anche oggi si può temere per il "trono": per ruoli, equilibri, privilegi, modelli pastorali consolidati. Ma ciò che nasce non può essere pianificato né pienamente previsto; può solo essere accolto o soffocato.

Il concistoro, in questa luce, non sarà semplicemente un luogo di nomine o decisioni, ma un laboratorio di discernimento su come la Chiesa universale intenda rapportarsi ai processi in atto: alle nuove forme di ricerca spirituale, ai linguaggi emergenti, alle domande dei giovani, ai cammini che non rientrano negli schemi tradizionali. Fare spazio a ciò che nasce significa anche rinunciare a trasformare tutto in "prodotto", come denuncia il Papa parlando di un'economia che mercifica persino il pellegrinaggio e la speranza.


La terza linea è la sintesi delle prime due. Il Dio annunciato dalla Chiesa è davvero il Dio dell'Esodo, dell'uscita, del cammino? Oppure è diventato, nella prassi, il garante di immobilismi rassicuranti? Papa Leone XIV è esplicito: Dio non sta fermo nelle nostre mani. Non è un idolo d'oro o d'argento, ma un Dio che chiama, sposta, destabilizza.

Annunciare un Dio che rimette in cammino implica una Chiesa che non teme il dinamismo umano, che non guarda con sospetto chi cerca, chi viaggia, chi non ha risposte preconfezionate. I Magi diventano il paradigma dei credenti di oggi: uomini e donne che rischiano il proprio percorso, che attraversano mondi ostili, che non smettono di cercare.

Il concistoro dovrà misurarsi con questa visione missionaria: non una Chiesa che aspetta, ma una Chiesa che accompagna; non una Chiesa-fortezza, ma una Chiesa-casa; non una Chiesa che si difende dal mondo, ma che riconosce nei segni dei tempi il luogo in cui Dio continua a manifestarsi.


Le tre linee indicate dal Papa non sono uno slogan programmatico né una semplice eredità del Giubileo appena concluso. Sono una verifica severa: sulla qualità della vita ecclesiale, sulla disponibilità al nuovo, sulla fedeltà al Dio dell'Incarnazione. Se prese sul serio, esse chiedono conversione pastorale, libertà interiore, coraggio profetico.

Per questo Papa Leone XIV parla di "generazione dell'aurora". Non di custodi del tramonto, ma di uomini e donne capaci di riconoscere la stella che ricompare quando si lascia la reggia e il tempio per mettersi in cammino verso Betlemme. È lì che il concistoro è chiamato ad arrivare: non per difendere un ordine, ma per servire una nascita.

Marco Baratto

domenica 4 gennaio 2026

Venezuela : il Papa parla ai potenti senza nominarli

Con animo colmo di preoccupazione. Così inizia il messaggio del Papa sulla situazione in Venezuela, e già in queste prime parole si coglie lo stile di Leone: misurato, pastorale, apparentemente rivolto solo alla sofferenza di un popolo lontano, eppure carico di una densità politica e morale che va ben oltre i confini di Caracas. Non è un discorso gridato, non è una denuncia frontale. È qualcosa di più sottile. È un colpo piazzato con precisione chirurgica.

Il cuore del testo è limpido: il bene dell'amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione. Giustizia, pace, superamento della violenza, rispetto dei diritti umani e civili, attenzione ai poveri schiacciati dalla crisi economica. Tutto questo rientra pienamente nel magistero sociale della Chiesa. Ma è nell'inciso apparentemente neutro – "garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione" – che il messaggio cambia livello.

Qui il Papa non parla solo al Venezuela. Parla al mondo. E in particolare parla a chi, in nome di interessi geopolitici, economici o ideologici, pensa di poter piegare la sovranità degli Stati, interpretare la democrazia a proprio uso e consumo, decidere chi è legittimo e chi no. È una frase che pesa come una pietra, proprio perché non è accompagnata da nomi, accuse o invettive. È dottrina applicata alla storia concreta.

Per questo molti hanno letto in queste parole una sorta di "scomunica morale" rivolta alla Presidenza americana e, simbolicamente, a Donald Trump. Non una scomunica canonica, ovviamente, ma qualcosa che nel linguaggio vaticano ha un valore forse ancora più incisivo: la delegittimazione etica di un certo modo di esercitare il potere. Papa Leone non dice "avete torto". Dice: esiste un ordine giuridico, esiste una Costituzione, esiste la sovranità di un popolo. E chi li calpesta si pone fuori da un orizzonte di giustizia.

Qui emerge con forza la differenza rispetto a Papa Francesco. Francesco era il pastore che parlava ai potenti con il linguaggio diretto del profeta biblico, spesso spiazzante, talvolta urticante. Leone, invece, sembra muoversi come un tennista solitario: studia l'avversario, osserva il campo, aspetta il momento giusto e poi mette a segno il colpo. Non alza la voce, non rompe la racchetta. Lascia che sia la palla a fare il suo corso.

Questo stile rende i suoi messaggi più difficili da attaccare, ma anche più destabilizzanti. Perché non offrono appigli polemici. Non c'è una frase da strumentalizzare, un insulto da ribattere, un nemico dichiarato da combattere. C'è solo una cornice morale che, una volta posta, costringe tutti a fare i conti con essa.

Non è un caso che Papa Leone sia percepito da ampi settori del cattolicesimo americano come un nemico, se non addirittura come un traditore. In gioco non c'è solo la politica estera o il Venezuela. C'è una visione del rapporto tra fede, potere e nazione. Leone rifiuta l'idea di una Chiesa arruolata in un progetto identitario o nazionalista. Rifiuta la confusione tra cristianesimo e interessi imperiali. E lo fa non con proclami, ma con il linguaggio universale del diritto, della pace e della dignità umana.

L'invocazione finale alla Madonna di Coromoto e ai santi venezuelani, José Gregorio Hernández e Suor Carmen Rendiles, completa il quadro. Non è un dettaglio devozionale. È un modo per radicare la questione nella storia e nella spiritualità di un popolo concreto, sottraendola alle astrazioni della geopolitica. Il Papa non parla "del" Venezuela, parla "con" il Venezuela, affidandolo a figure che incarnano cura, santità quotidiana, servizio ai più deboli.

In questo senso, il messaggio di Leone è profondamente sovversivo. Non perché inciti alla rivolta, ma perché riafferma un principio che molti potenti preferirebbero dimenticare: la sovranità non appartiene agli imperi, ma ai popoli; la legittimità non nasce dalla forza, ma dal diritto; la pace non si impone, si costruisce.

Se questa è una scomunica, è una scomunica silenziosa. Non esclude nessuno dalla Chiesa, ma chiama tutti a un esame di coscienza. Ed è proprio per questo che fa così male.

Marco Baratto

giovedì 1 gennaio 2026

Non in nome di Dio”: il Papa smaschera le guerre travestite da religione e affida il mondo alla Salus Populi Romani




L'omelia pronunciata dal Santo Padre Leone XIV nei Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, a conclusione dell'anno civile e del Giubileo, si colloca come una delle parole più limpide e coraggiose sul nostro tempo. È un testo che unisce profondità teologica e discernimento storico, capace di chiamare le cose con il loro nome senza alzare la voce, ma senza concedere nulla all'ambiguità.

L'omaggio finale alla Salus Populi Romani, icona tanto amata e venerata da Papa Francesco, non è un semplice richiamo devozionale. È una dichiarazione di metodo e di visione. Maria è la custode del disegno di Dio nella storia, non una bandiera identitaria da contrapporre ad altre, ma il segno di un Dio che entra nel mondo disarmato. Affidare a lei Roma, il Giubileo e l'intera famiglia umana significa affermare che la salvezza non passa mai per la forza, ma per l'accoglienza, la misericordia e la fedeltà.

Il cuore profetico dell'omelia si trova in un passaggio che risuona come una denuncia netta:

«Altri disegni, però, oggi come ieri, avvolgono il mondo. Sono piuttosto strategie, che mirano a conquistare mercati, territori, zone di influenza. Strategie armate, ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici, di falsi motivi religiosi.»

Questa frase è emblematica perché smaschera uno dei grandi inganni contemporanei: l'uso della religione come copertura morale di interessi economici e geopolitici. Il Papa non parla di uno scontro tra fedi, ma di strategie di potere che si travestono da fede per risultare più accettabili, più mobilitanti, più "giuste" agli occhi dell'opinione pubblica.

È un messaggio che interpella anche il mondo cattolico, quando rischia di piegare il linguaggio della fede a battaglie politiche, culturali o identitarie, perdendo di vista il Vangelo. Leone XIV è chiaro: non esistono guerre di religione, perché le religioni autentiche non armando le mani, ma disarmano i cuori. Dove c'è violenza sistematica, lì la religione è stata già tradita.

Questa chiave di lettura aiuta a comprendere situazioni drammatiche come quella della Nigeria, spesso raccontata in modo semplicistico come conflitto tra cristiani e musulmani. Il Papa invita a guardare oltre la superficie: dietro sigle religiose si muovono interessi economici, equilibri di potere, rivalità globali. Le vere vittime sono le popolazioni locali – cristiane e musulmane – sacrificate due volte: dalla violenza e dalla menzogna che la giustifica.

Lo stesso vale per il Mozambico, in particolare nella regione di Cabo Delgado. Anche qui il conflitto viene etichettato come terrorismo islamista, mentre sullo sfondo emergono chiaramente la corsa alle risorse energetiche, il controllo dei territori, le competizioni tra grandi potenze. La religione diventa una maschera utile, un linguaggio di copertura che nasconde interessi economici enormi e dinamiche geopolitiche che nulla hanno a che vedere con Dio.

In questa prospettiva, l'omelia si inserisce in piena continuità con il magistero di Papa Francesco, soprattutto nel rifiuto dell'islamofobia costruita ad arte. Dipingere l'Islam come intrinsecamente violento serve a semplificare il mondo, a creare nemici assoluti, a legittimare politiche di esclusione e interventi armati. Il Papa lo dice senza slogan: la paura è uno strumento di potere, e spesso viene fabbricata con cura.

Contro questi "altri disegni", Leone XIV oppone il disegno di Dio, che passa per i piccoli, per Maria, per Pietro, per i martiri, per i poveri e gli scartati. È un progetto che non conquista, ma riconcilia; che non domina, ma serve. Il Giubileo appena concluso è presentato come segno concreto di questo mondo possibile, fondato sulla speranza e non sulla forza.

L'augurio rivolto a Roma – essere "all'altezza dei suoi piccoli" – diventa così un appello universale alla Chiesa e alla società: stare dalla parte di chi non ha potere, non di chi lo usa in modo ipocrita. Essere all'altezza dei piccoli significa rifiutare ogni benedizione delle armi, ogni giustificazione religiosa della violenza, ogni alleanza con il cinismo.

Affidare tutto alla Salus Populi Romani è, in definitiva, un atto politico nel senso più alto del termine: scegliere la pace come criterio, la misericordia come misura, il Vangelo come unica strategia. Maria, che ha accolto il Verbo senza condizioni, ricorda ancora oggi che Dio non entra nella storia con eserciti e mercati, ma con un bambino.

Il Papa parla chiaro, perché parla da pastore: chi usa il nome di Dio per dividere, uccidere o dominare non serve Dio, ma un altro disegno. E quel disegno, per quanto potente, è destinato a cadere.

Marco Baratto

domenica 28 dicembre 2025

Il cinema come catechesi dell’umano: Papa Leone e il codice che non sappiamo ancora leggere


Quando Papa Leone ha rivelato i suoi quattro film preferiti in vista di un incontro con il mondo del cinema, molti hanno cercato subito una chiave di lettura "confessionale", un messaggio esplicitamente cattolico, magari rassicurante. Ma è proprio qui che nasce l'equivoco. Papa Leone non parla al cinema come a uno strumento di propaganda religiosa: lo guarda come una catechesi di umanità, un luogo in cui l'uomo viene raccontato nella sua verità, nelle sue ferite, nei suoi slanci, nei suoi fallimenti. Un codice – potremmo chiamarlo "codice Leone" – che nessuno sembra ancora saper leggere fino in fondo.

Tra i titoli citati, La vita è bella (1997, Roberto Benigni) è forse quello che più chiaramente esplicita questa visione. Non è un film "religioso", non parla di Dio in modo diretto, eppure è profondamente teologico. Racconta il male senza edulcorarlo, lo attraversa senza negarlo, ma sceglie di affrontarlo trasformandolo in un atto d'amore. Guido non nasconde al figlio l'orrore del campo di sterminio: lo affronta a modo suo, lo trasfigura per renderlo sopportabile. Non fugge dalla realtà, la combatte con l'arma più disarmata e potente: la speranza. È esattamente questo che Papa Leone sembra indicarci: i problemi non si risolvono nascondendoli, ma guardandoli in faccia.

Lo stesso filo conduttore attraversa Tutti insieme appassionatamente (The Sound of Music, 1965). Anche questo, a ben vedere, non è affatto un film cattolico in senso stretto. Anzi, mette in scena il dubbio vocazionale di Maria, una giovane donna che entra in convento più per fuggire dai problemi che per una chiamata autentica. La celebre frase della Madre Badessa – «Nasconderti nel convento non può risolvere i tuoi problemi. Li devi affrontare!» – è una lezione di straordinaria modernità spirituale. È una catechesi laica, potentissima, che dice una cosa scomoda: la fuga, anche quando assume forme religiose, non salva.

Maria è costretta a uscire dal luogo che credeva sicuro per scoprire il suo vero scopo nella vita. Non rinnega la fede, ma la incarna. Torna nel mondo, nella villa del Capitano von Trapp, affronta sentimenti, responsabilità, paure. E lì, nel confronto con la realtà, trova la sua vocazione autentica. È una storia che parla di discernimento, non di obbedienza cieca; di maturità, non di rifugio. Non sorprende che Papa Leone l'abbia scelta: è un film che smonta l'idea di una religione come nascondiglio e propone una fede che cammina dentro la storia.

È qui che il Papa americano inizia a diventare incomprensibile per molti europei. Siamo figli di un lungo pontificato mediatico come quello di Giovanni Paolo II, carismatico e simbolico; di un teologo come Benedetto XVI, forse il meno "adatto" al ruolo mediatico di Papa ma proprio per questo capace del gesto rivoluzionario delle dimissioni; e infine di Papa Francesco, con la sua anima latina, narrativa, emotiva, pastorale. Papa Leone è altro. È figlio di una cultura anglosassone pragmatica, diretta, poco incline alle mediazioni simboliche che tanto piacciono a noi europei.

Per questo appare freddo, distante, "incompreso". In realtà, sta semplicemente parlando un'altra lingua culturale. Una lingua che non ama nascondere i problemi sotto strati di retorica, ma li affronta frontalmente. Il suo gesto di indicare quattro film non cattolici, provenienti in larga parte da una cultura riformata, non è una provocazione: è una dichiarazione di metodo. La verità non ha paura di contaminarsi con l'umano, perché nasce dall'umano.

Papa Leone sta scrivendo una nuova pagina del pontificato. È davvero il primo Papa americano nel senso più profondo: non per il passaporto, ma per l'appartenenza a quella parte più evoluta della cultura americana, capace di coniugare pragmatismo e idealismo, concretezza e speranza. Il suo messaggio è semplice e radicale: non ci si salva scappando. Né nei conventi, né nelle ideologie, né nelle narrazioni consolatorie. Ci si salva affrontando la vita, come Maria, come Guido, come ogni uomo che decide di non chiudere gli occhi davanti al dolore.

Forse non lo capiremo fino alla fine del suo pontificato. Forse continueremo a giudicarlo con categorie europee che non gli appartengono. Ma il codice Leone è già lì, sotto i nostri occhi, inciso nelle storie che ha scelto di raccontare. Un codice che parla di umanità prima ancora che di dottrina. E che ci chiede, senza sconti: stai affrontando la vita o ti stai nascondendo?

Marco Baratto

venerdì 26 dicembre 2025

The “Leo Code”: Cinema, Social Christianity, and a Misunderstood Pontificate

I openly claim authorship of the expression "Leo Code", an interpretive attempt to explain one of the most fascinating, complex, and least understood pontificates in recent Church history. Although still in its early stages, this pontificate is already among the most compelling, not least because of its protagonist: Pope Leo XIV himself. Like his two predecessors, he shares a common fate—being heavily criticized. In his case, however, he is particularly criticized in the United States and largely misunderstood in Italy.

The Leo Code was born as a way to interpret a climate marked by the growth of ecclesial conspiracy thinking, which objectively flourished during the pontificate of Pope Francis and was further fueled by the—arguably irrational—decision of Benedict XVI to resign. That historic choice opened the door to continuous manipulation by conservative circles, especially in the United States. Pope Leo has inherited this poisoned environment and now faces an extraordinarily difficult pontificate, marked by what is effectively an American schism, driven by Catholic groups influenced by radicalized strands of the Reformation tradition.

It is within this framework that a seemingly marginal but deeply revealing element must be read: Pope Leo XIV's declaration of his cinematic passions. In a video message addressed to the world of cinema, he recently shared four films that are particularly meaningful to him: It's a Wonderful Life (1946), The Sound of Music (1965), Ordinary People (1980), and Life Is Beautiful (1997). These films differ widely in era and style, yet they are united by a clear thematic thread: hope, human failure, responsibility, suffering, and rebirth.

Among them, two titles stand out as especially central to understanding the Leo Code: Ordinary People and It's a Wonderful Life. The former, set in the northern United States, is deeply rooted in a Puritan cultural context, where social judgment and outward appearance outweigh authentic inner life. The film portrays a bourgeois society incapable of confronting pain, imprisoned by convention, ultimately leading to the collapse of family relationships. There is no truly happy ending—only a harsh, understated condemnation of a dehumanizing social model.

It's a Wonderful Life, by contrast, represents social Christianity at its finest. George Bailey is not a hero in the traditional sense but an ordinary man who consistently sacrifices himself for the common good. He saves lives, builds affordable housing, and protects the vulnerable from a predatory economic system embodied by the greedy banker Henry F. Potter. Significantly, the film contains no explicitly Catholic elements. The Bailey family is portrayed as Episcopalian, reflecting a tradition deeply engaged in the Social Gospel movement and in social reform.

This aspect did not go unnoticed by the FBI, which at one point opened a file on the film, suspecting it of communist propaganda. An internal memo criticized the portrayal of Potter as a villainous banker, claiming that such representation was a common communist tactic. The film remained under suspicion until 1956. Here, cinema intersects directly with Pope Leo's social teaching.

In his 2025 Christmas homily at St. Peter's Basilica, Pope Leo XIV declared: "A distorted economy leads us to treat human beings as commodities. God becomes like us, revealing the infinite dignity of every person." Henry F. Potter is the cinematic embodiment of that distorted economy; George Bailey, by contrast, represents an economy rooted in solidarity and human dignity.

What is particularly striking is that the two films most essential to Pope Leo's vision are not Catholic in a confessional sense, yet they are profoundly Christian. Ordinary People is grounded in Puritan ethics—discipline, moral responsibility, interior struggle, and silence. It's a Wonderful Life reflects the Episcopalian tradition, historically committed to social justice, racial equality, housing rights, employment, and public welfare.

At first glance, this choice may seem incongruous for the head of the Catholic Church. In reality, it is remarkably coherent. Through the symbolic language of cinema, Pope Leo issues an ecumenical appeal regarding the social responsibility of Christians. Puritanism emphasizes the coherence between faith and daily life, the idea of vocation, and personal accountability within society. Episcopalianism highlights collective responsibility, social reform, and the inherent dignity of every human being created in the image of God.

This synthesis lies at the heart of the Leo Code. It is a pontificate that is unmediated and restrained, intentionally non-spectacular—silent in the Puritan sense—yet deeply social and attentive to structural injustice, as demanded by the Episcopalian ethical tradition. It is a pontificate that speaks less but acts more, that avoids media theatrics in favor of concrete, transformative engagement with reality.

Pope Leo XIV thus emerges as a mature Catholic synthesis of two major Christian traditions of modernity. This is not a concession but a deliberate theological and pastoral integration. In an age marked by polarization, ideological warfare, and latent schism, his message is clear: Christianity, before being an identity to defend, is a social responsibility to be lived.

And perhaps it is precisely for this reason that Pope Leo's pontificate appears so fascinating—and yet so profoundly misunderstood.

Marco Baratto

giovedì 25 dicembre 2025

Il “Codice Leone”: la geopolitica del silenzio in un mondo che urla

Papa Leone è un pontefice che rifiuta le etichette. Ed è proprio per questo che viene spesso frainteso. La stampa americana e italiana, abituata a leggere la realtà in chiave binaria – progressista o conservatore, occidentale o anti-occidentale, filo-qualcuno o contro-qualcun altro – fatica a decifrarlo. Talvolta lo sminuisce, talvolta lo intrappola in teorie fantasiose, come fa un noto giornalista romano che ogni giorno profetizza concistori imminenti e trame di palazzo. Ma Papa Leone, con una sobrietà che è cifra del suo stile, sembra non curarsene affatto. Né della stampa italiana né di quella statunitense.

Il suo primo messaggio di Natale lo dimostra in modo inequivocabile. Non un discorso intimista o devozionale, ma un intervento di ampio respiro geopolitico, forse uno dei più densi e strutturati degli ultimi decenni. Al centro, una parola tanto semplice quanto rivoluzionaria: responsabilità. «Sorelle e fratelli, ecco la via della pace: la responsabilità». Non l'accusa dell'altro, non la ricerca del colpevole, ma il riconoscimento delle proprie mancanze, la capacità di chiedere perdono e di farsi solidali con chi soffre. È una visione che scardina le logiche dominanti della politica internazionale, fondate sulla forza, sulla deterrenza e sulla contrapposizione.

Per Papa Leone la pace non è un equilibrio di poteri, ma una condizione del cuore. Gesù Cristo è la pace perché libera dal peccato e indica una strada concreta per superare tutti i conflitti, da quelli interpersonali a quelli internazionali. Senza un cuore riconciliato non può esistere una pace autentica. È una teologia che diventa immediatamente politica, ma senza mai ridursi a ideologia.

Il messaggio natalizio attraversa il mondo come una mappa del dolore globale. Medio Oriente, Europa, Africa, America Latina, Asia, Oceania: nessuna regione è dimenticata. La Santa Sede parla dei cristiani del Medio Oriente, ascoltandone paure e impotenza; invoca giustizia e stabilità per Libano, Palestina, Israele e Siria; affida l'Europa al Principe della Pace, ricordandole le sue radici cristiane e la sua vocazione solidale; prega per l'Ucraina martoriata, chiedendo che cessino le armi e che le parti trovino il coraggio di un dialogo sincero e rispettoso.

Ed è qui che emerge con chiarezza quello che potremmo chiamare, usando un'espressione efficace, il "Codice Leone". Papa Leone non risponde agli insulti con altri insulti, non alle invettive con le invettive. Quando il presidente ucraino, nel suo messaggio natalizio, arriva ad augurare la morte a Putin, il Papa risponde con il linguaggio tipico della diplomazia della Santa Sede: fermo, garbato, disarmante. "Dialogo sincero, diretto e rispettoso". Nessuna benedizione delle armi, nessuna legittimazione dell'odio. Solo pace.

Per questo viene frainteso. La diplomazia russa lo considera filo-ucraino; molti ucraini lo percepiscono allo stesso modo. In realtà Papa Leone non è filo-ucraino, così come Papa Francesco non era filo-russo. La sua posizione è più radicale: non gli interessa stabilire chi abbia ragione, chi sia l'aggressore e chi l'aggredito. Gli interessa fermare il sangue. In questo senso, paradossalmente, è persino più neutrale del suo predecessore.

Papa Leone conosce bene le tensioni interne al mondo cattolico ucraino, in particolare il nazionalismo esasperato di ampi settori della Chiesa greco-cattolica. E lavora, con pazienza, per sottrarre la religione alla logica del conflitto, per evitare che il Vangelo venga arruolato come arma identitaria. Papa Francesco, con il suo temperamento passionale, spesso entrò in rotta di collisione con quella Chiesa; Leone sceglie un'altra strada. Non alza la voce, non provoca. Aspetta.

La differenza di stile è evidente anche sul piano umano. Papa Francesco aveva l'animo del tifoso di calcio: istintivo, emotivo, pronto a gridare per farsi sentire. Papa Leone è un amante dell'equitazione e del tennis. E come un tennista sa che per mettere a segno il punto decisivo serve silenzio, concentrazione, studio dell'avversario e del campo. La sua geopolitica è una geopolitica del tempo lungo, del lavoro sotterraneo, della discrezione.

Lo si vede anche nelle scelte tematiche del messaggio natalizio. La Santa Sede parla del dramma dimenticato della Repubblica Democratica del Congo, ancora in parte sotto il controllo delle milizie terroristiche dell'M23. Parla dei migranti non solo in Europa, ma anche di quelli che attraversano il continente americano, con un riferimento neanche troppo velato alle politiche restrittive della sua stessa nazione d'origine. Parla di Gaza senza giri di parole, immedesimandosi negli abitanti che hanno perso tutto. Parla dello Yemen, di Haiti, del Myanmar, del Sudan, del Sahel africano. È una geopolitica che guarda alle periferie, non ai palazzi.

Il "Codice Leone"  (termine che ho coniato io ) è tutto qui: centralità delle vittime, rifiuto dell'odio, ostinazione della pace. È un codice che russi e ucraini, al momento, non comprendono. Entrambi lo giudicano troppo sbilanciato. Ma forse è proprio questo il segno che Papa Leone ha colpito nel punto giusto. In un mondo che chiede schieramenti, lui offre una via. In un mondo che urla, lui sceglie il silenzio. E come ogni grande giocatore, aspetta il momento giusto per chiudere il punto.

Marco Baratto

mercoledì 24 dicembre 2025

Un giorno di pace, senza filtri: Leone XIV parla al mondo e sceglie la voce diretta

– «Io faccio ancora una volta questa richiesta a tutte le persone di buona volontà: rispettare almeno nella festa della nascita del Salvatore un giorno di pace». È un appello semplice, netto, pronunciato senza mediazioni quello lanciato da Papa Leone XIV nella serata del 23 dicembre, a pochi giorni dal Natale, davanti ai giornalisti riuniti fuori da Villa Barberini, a Castel Gandolfo. Ventiquattro ore di tregua, un giorno di silenzio delle armi, in un mondo segnato da guerre che non si fermano neppure davanti alla festa cristiana per eccellenza.

Come ogni settimana, il Pontefice ha trascorso la giornata di riposo e lavoro nel comune laziale. Ad accoglierlo, nonostante la pioggia battente, una folla assiepata lungo le strade, i cori spontanei della gente, il canto di Feliz Navidad e di altre canzoni natalizie, la musica della banda municipale. Un clima popolare e familiare, lontano dalla solennità vaticana, che rispecchia sempre più lo stile di Leone XIV. Il parroco della parrocchia pontificia di San Tommaso da Villanova, don Tadeusz Rozmus, ha rivolto al Papa gli auguri a nome della comunità e gli ha consegnato in dono un cesto di prodotti tipici locali.

Poi, come ormai consuetudine, il Papa si è fermato a parlare direttamente con i giornalisti. Nessun addetto stampa, nessuna nota preparata, nessun portavoce a fare da filtro. È lo stesso Leone XIV a scegliere le parole, a rispondere alle domande, a prendersi la responsabilità piena di ciò che dice. Una modalità inedita per un Pontefice, che segna un cambio di passo nel rapporto tra il papato e l'informazione.

I temi affrontati sono quelli che pesano di più sullo scenario globale. A partire dall'Ucraina. Nelle scorse ore massicci raid russi hanno colpito diverse regioni del Paese e il Papa non nasconde la sua amarezza: «Tra le cose che mi causano molta tristezza in questi giorni c'è il fatto che apparentemente la Russia ha rifiutato la richiesta di una tregua di Natale». Parole pronunciate senza diplomazia, ma con il tono di un pastore che osserva la sofferenza delle persone prima ancora delle dinamiche geopolitiche. Da qui il nuovo appello: «Magari ci ascoltino e ci siano 24 ore, un giorno di pace in tutto il mondo».

Lo sguardo di Leone XIV si sposta poi sul Medio Oriente, mentre si discute della Fase 2 del cessate il fuoco. Il Papa ricorda la recente visita a Gaza del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, definendola «bellissima», nonostante il contesto drammatico. Rivela di essere stato in contatto, appena un'ora prima, con il parroco della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza City, padre Gabriel Romanelli: «Stanno cercando di celebrare una festa in mezzo a una situazione ancora molto precaria». Da qui l'auspicio che «vada avanti l'accordo per la pace», perché – lascia intendere il Pontefice – la normalità di una celebrazione natalizia è già di per sé una forma di resistenza alla violenza.

Non manca, infine, un passaggio sugli Stati Uniti e su una questione che tocca personalmente Leone XIV: l'approvazione, nel suo Stato d'origine, l'Illinois, di una legge che consente il suicidio assistito per adulti con malattie terminali e una prognosi di sei mesi o meno, a partire da settembre 2026. Il Papa racconta di aver affrontato il tema «molto esplicitamente» con il governatore JB Pritzker durante un'udienza in Vaticano lo scorso novembre, quando il disegno di legge era già sulla sua scrivania. «Eravamo molto chiari sulla necessità di rispettare la sacralità della vita, dall'inizio alla fine», afferma. «Per diverse ragioni ha deciso di firmare quel disegno di legge. Sono molto deluso da questo».

Anche qui, nessun linguaggio burocratico, ma un invito diretto alla coscienza: «Soprattutto in questa festa di Natale, riflettiamo sulla natura della vita umana, sul valore della vita umana. Dio si è fatto uomo come noi per mostrarci cosa significhi veramente vivere la vita umana». La speranza del Papa è che «il rispetto per la vita torni a crescere in tutti i momenti dell'esistenza umana, dal concepimento alla morte naturale».

Al di là dei contenuti, ciò che colpisce è lo stile. Papa Leone XIV ama questi punti stampa improvvisati, informali, essenziali. È la prima volta che un Pontefice rinuncia sistematicamente alla figura dell'addetto stampa come mediatore delle proprie parole. Accetta poche domande, ma risponde sempre in prima persona. Non delega, non corregge, non edulcora. Vuole che il messaggio arrivi chiaro, diretto, senza interpretazioni.

È un Papa che, comunicativamente, "si spoglia" del ruolo. Non ama le etichette, non costruisce frasi a effetto per i titoli, eppure i titoli arrivano lo stesso. Perché la forza delle sue parole sta proprio nella loro nudità. Leone XIV tratta direttamente con la stampa perché, come dimostra a Castel Gandolfo, crede che la verità non abbia bisogno di intermediari. E, forse, anche la pace.

Marco Baratto

Il Papa che sceglie il sottotetto: il Codice Leone e la forza silenziosa della sobrietà

Papa Leone XIV ha scelto dove abitare. E la notizia, più della metratura o della vista, racconta una visione. Niente piano nobile, niente ...