lunedì 12 gennaio 2026

Tre monaci sulla cattedra: Schuster, Delpini e Leone, l’autorità che si svuota

La recente visita di mons. Mario Delpini al Papa offre l'occasione per una rilettura più profonda e meno contingente del suo episcopato milanese, soprattutto nel momento in cui il suo mandato volge verso la conclusione. È un tempo favorevole non per il bilancio amministrativo, ma per un discernimento storico e spirituale, capace di collocare la figura dell'attuale Arcivescovo in una traiettoria più ampia della Chiesa ambrosiana. In questa prospettiva, il confronto con il beato cardinale Ildefonso Maria Schuster non appare né arbitrario né celebrativo, ma fondato su un tratto ecclesiale comune che, paradossalmente, è stato spesso poco compreso: la scelta consapevole di spogliare la propria figura personale per far emergere la Chiesa.

Mons. Delpini stesso, all'atto della nomina, scherzò sul fatto che i vescovi di Milano avessero nomi "importanti" e che ora fosse arrivato semplicemente un Mario. Quella battuta, letta oggi, rivela un'intuizione più profonda di quanto potesse apparire allora. Il beato Ildefonso Maria Schuster, monaco benedettino prima ancora che pastore, portava in sé un nome carico di densità simbolica; Delpini, con la sua apparente ordinarietà, sembra invece voler scomparire dietro il ruolo. Eppure, in entrambi, il tratto decisivo non è il carisma personale, ma la radicale subordinazione della persona alla missione ecclesiale. Questo è un punto che accomuna anche Papa Leone, spesso frainteso nella sua sobrietà e nel suo rifiuto di un protagonismo ecclesiastico: figure diverse, ma unite da una medesima ascesi del potere e della visibilità.

Il cardinale Schuster è stato, nel senso più pieno, un monaco sul seggio ambrosiano. La sua omelia di inizio Avvento, in cui denunciò con parole lucidissime l'ideologia razzista come eresia neo-pagana, mostra una Chiesa che non cerca il consenso ma la verità. In quel testo, Schuster non difendeva un'identità culturale o nazionale, ma riaffermava la dignità universale dell'uomo contro ogni riduzione biologica e ideologica. Era una parola scomoda, pronunciata in un tempo in cui molti preferivano il silenzio. Anche allora, come oggi, quella postura fu compresa solo parzialmente.

In modo diverso, ma non meno radicale, mons. Delpini ha scelto una linea simile. La promulgazione delle costituzioni sinodali nel 2019, accompagnata dalla lettera introduttiva Ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell'Agnello, rappresenta uno dei momenti più alti del suo episcopato. In quel gesto non vi è alcuna auto-affermazione personale, ma un richiamo netto alla dimensione contemplativa della Chiesa, alla sua identità sponsale, alla sua cattolicità intesa come apertura universale. Delpini ha rimesso al centro non se stesso, ma il mistero della Chiesa abitata dallo Spirito, capace di leggere le trasformazioni sociali non come minaccia, ma come occasione di fedeltà creativa.

Qui il parallelo con Schuster diventa particolarmente significativo. Entrambi hanno interpretato Milano non come una fortezza identitaria, ma come una Chiesa dalle genti, in continuità con lo spirito di sant'Ambrogio. Schuster lo fece resistendo a ogni tentazione di sacralizzare il potere politico; Delpini lo ha fatto rilanciando una cattolicità concreta, incarnata nel processo sinodale e nella collaborazione con il tessuto civile, anche laico e non credente. Questa è una cifra profondamente ambrosiana: la simbiosi, mai confusiva, tra potere civile e autorità religiosa, fondata non sulla subordinazione ma sulla corresponsabilità.

Il tempo della pandemia ha reso questo tratto ancora più evidente. Come Schuster non abbandonò mai Milano negli anni della Seconda guerra mondiale, rimanendo accanto ai milanesi nel momento della prova, così mons. Delpini non ha mai lasciato la città negli anni del Covid. La sua presenza discreta ma costante, la collaborazione leale con le istituzioni, la capacità di parlare un linguaggio condivisibile anche da chi non si riconosce nella fede cristiana, hanno mostrato una Chiesa che non occupa lo spazio pubblico, ma lo abita con umiltà e responsabilità. Anche qui, la rinuncia al protagonismo personale è stata la condizione per una reale autorevolezza ecclesiale.

È forse questo il punto che meno è stato compreso dell'operato di mons. Delpini, così come non fu compreso quello di Schuster e, in modo analogo, quello di Papa Leone. In un tempo che premia la visibilità, la comunicazione assertiva e la personalizzazione del potere, queste figure hanno scelto la via opposta: l'abbassamento, la sobrietà, il primato dell'istituzione ecclesiale sulla figura del singolo. Possiamo dire, senza forzature, che tutti e tre sono "monaci", non tanto per uno stile ascetico esteriore, quanto per una disciplina interiore che li ha resi capaci di scomparire affinché la Chiesa apparisse.

La visita di mons. Delpini al Papa, letta in questa luce, non è solo un atto di comunione formale, ma il segno di una consonanza profonda tra visioni ecclesiali che privilegiano il lungo periodo, la fedeltà silenziosa e la riforma che nasce dalla contemplazione. In un tempo di giudizi affrettati e di valutazioni basate sul consenso immediato, è forse necessario uno sguardo più lento per riconoscere la portata di queste figure. Come per Schuster, probabilmente solo il tempo permetterà di comprendere fino in fondo il significato dell'episcopato di mons. Delpini: un ministero che non ha cercato di lasciare un'impronta personale, ma di custodire e consegnare una Chiesa più consapevole della propria identità e più aperta alla storia.

Marco Baratto

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