giovedì 1 ottobre 2026

La croce come arma identitaria: la vera sfida della Chiesa tedesca


Per anni ci hanno raccontato che la Chiesa in Germania fosse ormai avviata verso un inevitabile tramonto. Numeri in caduta, chiese sempre più vuote, abbandono della pratica religiosa, crisi delle vocazioni e una società nella quale il cristianesimo sembrava perdere progressivamente il proprio peso. Ma la domanda posta a Leone XIV sul volo Metz-Roma del 28 settembre ha prodotto una risposta che va oltre le statistiche e tocca uno dei nervi scoperti dell’Europa contemporanea: che cosa accade quando una società diventa meno religiosa, mentre alcuni movimenti politici tornano a utilizzare la religione come elemento identitario e come strumento di contrapposizione?

Il Papa non nega la crisi della Chiesa tedesca. La riconosce, così come riconosce le difficoltà che hanno colpito anche le Chiese evangeliche e protestanti. Ma rifiuta l'idea che il declino numerico equivalga automaticamente alla morte del cristianesimo. E soprattutto invita a guardare a ciò che sta accadendo attorno alla Chiesa, non soltanto dentro le sue strutture.

È qui che entra in scena l'estrema destra tedesca. Leone XIV ha richiamato la necessità di studiare l'eventuale relazione tra la crescita dei movimenti dell'estrema destra e una determinata interpretazione della religione. Non ha stabilito un'equazione tra cristianesimo ed estrema destra, né sarebbe corretto farlo. Ha però indicato un fenomeno che l'Europa non può più ignorare: in alcuni ambienti radicali il cristianesimo viene evocato come elemento identitario, come barriera culturale e come strumento di contrapposizione.

Il problema, dunque, non è che un movimento politico parli di cristianesimo. Il problema nasce quando la fede viene ridotta a un codice di appartenenza, attraverso contrapposizioni come cristiano contro musulmano, europeo contro straniero, "noi" contro "loro". Quando la croce diventa soprattutto una frontiera, il cristianesimo rischia di perdere il suo significato religioso per trasformarsi in un simbolo politico.

È una trasformazione profonda e, per certi versi, paradossale. Per decenni la secolarizzazione ha sottratto alla Chiesa spazi sociali, culturali e politici. Oggi, mentre diminuisce il numero di coloro che frequentano regolarmente le chiese, alcuni movimenti politici recuperano simboli cristiani proprio per costruire nuove identità collettive. La società può quindi diventare meno cristiana nella pratica e, contemporaneamente, utilizzare sempre più il cristianesimo come identità politica.

È questo il cortocircuito sul quale vale la pena interrogarsi. Il cristianesimo evocato da alcune componenti dell'estrema destra non coincide necessariamente con la fede vissuta nelle comunità, nella liturgia, nella preghiera e nella carità. Può diventare un riferimento culturale selettivo, nel quale vengono esaltati alcuni elementi della tradizione cristiana mentre vengono messi ai margini proprio quei principi evangelici che rendono la fede incompatibile con l'odio e con la disumanizzazione dell'altro.

La croce diventa così un simbolo di difesa dell'identità europea. Ma difesa da chi? È questa la domanda che deve essere posta, perché se il cristianesimo viene utilizzato per definire un "noi" che deve proteggersi da un "loro", bisogna domandarsi dove sia finita la dimensione universale del Vangelo. Per il cristianesimo, infatti, l'altro non è semplicemente una minaccia da respingere, ma una persona da incontrare. Il forestiero non è una categoria astratta: è una persona davanti alla quale si misura concretamente la capacità di vivere la propria fede.

È precisamente su questo terreno che le parole di Leone XIV acquistano una forza particolare. Il Papa richiama comprensione, compassione e accompagnamento. Non sono formule decorative, ma rappresentano il contrario della trasformazione della religione in una barricata culturale. La questione, quindi, non riguarda soltanto la politica tedesca, ma l'identità stessa del cristianesimo europeo.

La Chiesa tedesca si trova davanti a una doppia sfida. Da una parte deve affrontare la propria crisi interna, riconoscendo senza reticenze gli errori, gli scandali, la perdita di credibilità e la progressiva distanza di milioni di persone dalla pratica religiosa. Dall'altra deve evitare che il vuoto lasciato dalla diminuzione della presenza cristiana venga occupato da una versione politica e identitaria del cristianesimo.

È una questione che riguarda tutta l'Europa. La Francia è stata per anni descritta come uno dei laboratori più avanzati della secolarizzazione europea. Eppure la visita di Leone XIV ha mostrato, nella lettura proposta dal Pontefice, che la storia non è necessariamente una linea retta verso la scomparsa della fede. Possono emergere nuove domande, nuove forme di partecipazione, nuovi modi di vivere la spiritualità. Il numero dei praticanti può diminuire senza che scompaia automaticamente la domanda di Dio.

Questo dovrebbe essere un elemento di riflessione anche per la Germania. La Chiesa non deve inseguire il passato, ma tornare a fare missione. E fare missione significa anche tornare a spiegare che cosa sia il cristianesimo. Perché se la Chiesa smette di parlare della propria fede, qualcun altro può parlare al suo posto, utilizzando gli stessi simboli ma attribuendo loro un significato completamente diverso.

È qui che il confronto con l'estrema destra diventa inevitabile. Non perché la Chiesa debba trasformarsi in un soggetto politico schierato contro una determinata parte dell'elettorato, ma perché non può restare indifferente quando il linguaggio cristiano viene utilizzato per legittimare divisione, esclusione o odio.

La Dottrina sociale della Chiesa offre un'altra strada: partecipazione, dignità della persona, solidarietà, responsabilità e bene comune. Sono principi che non appartengono a una specifica appartenenza partitica e che non possono essere trasformati in un programma elettorale. Rappresentano però una bussola attraverso la quale il cristiano può partecipare alla vita pubblica senza consegnare la propria fede a un'ideologia.

Il punto decisivo è quindi comprendere che la Chiesa tedesca non è chiamata semplicemente a riempire nuovamente le proprie chiese. È chiamata anche a impedire che la croce venga riempita di un significato che non le appartiene. Una Chiesa numericamente più piccola può ancora essere una Chiesa missionaria. Può parlare a chi crede, a chi dubita, a chi si è allontanato e persino a chi non ha mai incontrato veramente il cristianesimo, facendolo senza nostalgie e senza trasformarsi in una forza politica.

Per questo la crisi tedesca non riguarda soltanto il numero dei fedeli. Riguarda il significato che il cristianesimo avrà nello spazio pubblico europeo. Il rischio non è soltanto quello di diventare meno cristiani, ma anche quello di assistere alla nascita di un cristianesimo senza Vangelo: una religione utilizzata come identità contro qualcuno, una croce trasformata in confine, una fede privata della sua universalità.

Leone XIV sembra indicare proprio questo come una delle grandi questioni del futuro europeo. E la Germania, con la sua crisi ecclesiale e con la presenza di movimenti politici radicali che utilizzano il linguaggio dell'identità cristiana, potrebbe essere uno dei primi terreni nei quali questa questione emergerà con maggiore evidenza. Non sarà semplicemente un confronto tra cristiani e non cristiani, ma una discussione più profonda sul significato stesso della parola cristiano e sulla possibilità che il Vangelo continui a essere, nello spazio pubblico europeo, una parola di fraternità anziché uno strumento di separazione.

CODICE LEONE

martedì 29 settembre 2026

Schuman e De Gasperi, figli dei confini: quando la frontiera diventa un ponte


C’è un passaggio del discorso pronunciato da Papa Leone XIV a Metz che merita particolare attenzione perché contiene una delle chiavi per comprendere non soltanto la nascita dell’Europa, ma anche una parte delle difficoltà che oggi attraversano il continente. Nel suo incontro “Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità”, il Papa ha ricordato Robert Schuman e Alcide De Gasperi, due protagonisti della costruzione europea, mettendo in evidenza un elemento della loro vicenda personale che non è soltanto biografico: entrambi furono uomini cresciuti in territori di confine, in realtà nelle quali le appartenenze nazionali, linguistiche e politiche erano tutt’altro che semplici e dove la frontiera non rappresentava una separazione assoluta, ma una condizione quotidiana di incontro tra mondi diversi.

Schuman nacque nel 1886 a Lussemburgo, in un territorio segnato dalla complessità delle identità europee, mentre De Gasperi nacque nel 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino allora appartenente all’Impero austro-ungarico. Le loro esperienze personali si formarono dunque in una Europa nella quale i confini potevano cambiare, le sovranità potevano succedersi e le popolazioni potevano trovarsi improvvisamente dall’altra parte di una frontiera senza essersi mai mosse dalla propria terra. È difficile non vedere in questa esperienza una delle ragioni della loro capacità di pensare l’Europa non come una semplice somma di Stati, ma come uno spazio nel quale popoli differenti potevano costruire una convivenza fondata sulla cooperazione.

Il richiamo di Leone XIV assume proprio per questo un significato particolare. Il confine, nella storia europea, è stato spesso il luogo dello scontro, della guerra e della contrapposizione, ma è stato anche il luogo nel quale le culture si sono incontrate, le lingue si sono influenzate e le persone hanno imparato a convivere con la diversità. Schuman e De Gasperi appartenevano a questo secondo mondo e la loro formazione dimostra che l’identità non deve necessariamente essere vissuta come una fortezza chiusa verso l’esterno. Al contrario, può diventare più consapevole proprio quando è costretta a confrontarsi con ciò che le sta accanto.

Questa è forse una delle intuizioni più importanti della generazione che costruì l’Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Schuman, De Gasperi e gli altri padri dell’integrazione europea non immaginarono un continente nel quale francesi, italiani, tedeschi e gli altri popoli dovessero rinunciare alle proprie identità per fondersi in qualcosa di indistinto. Pensarono piuttosto a un’Europa nella quale le identità nazionali potessero continuare a esistere, ma senza essere trasformate in strumenti di contrapposizione permanente. La costruzione europea nacque quindi non dalla cancellazione delle differenze, ma dalla decisione politica di impedire che le differenze tornassero a produrre guerra.

È significativo che Leone XIV abbia ricordato come la formazione cristiana di Schuman gli avesse trasmesso il valore dell’uguaglianza, della dignità del lavoro e della persona, mentre l’esperienza di una regione nella quale le sovranità erano cambiate gli aveva insegnato l’importanza del diritto internazionale e della parola data. In Schuman, dunque, l’esperienza della frontiera non produsse una cultura della paura, ma una cultura della responsabilità. La memoria delle divisioni divenne uno strumento per superarle e la consapevolezza della fragilità degli equilibri europei si trasformò nella volontà di costruire istituzioni capaci di rendere la pace più solida.

Lo stesso può essere letto, pur nella diversità della sua vicenda personale, nella figura di Alcide De Gasperi. Nato in una terra che allora apparteneva all’Impero austro-ungarico e diventato poi protagonista della politica italiana, De Gasperi sperimentò direttamente la complessità delle appartenenze europee. La sua storia dimostra quanto possa essere ricca una formazione maturata in un territorio nel quale culture e identità differenti non erano concetti astratti, ma parte della vita quotidiana. Il confine, in questo senso, non fu soltanto una linea politica: fu una scuola di realtà.

Ed è proprio questa esperienza che oggi merita di essere recuperata. L’Europa contemporanea continua a essere attraversata da confini, ma questi non sono soltanto quelli che separano uno Stato dall’altro. Esistono confini culturali, sociali, religiosi e linguistici, oltre a nuove divisioni determinate dalle migrazioni, dalle disuguaglianze e dalle diverse visioni del futuro. La questione decisiva non è quindi se i confini debbano esistere, perché le identità e le comunità hanno bisogno anche di riferimenti e di appartenenze, ma quale significato vogliamo attribuire a quei confini.

La lezione di Schuman e De Gasperi suggerisce che una frontiera può proteggere un’identità senza trasformarsi in una barriera contro l’altro. Può custodire una storia senza diventare uno strumento di esclusione e può persino diventare il luogo privilegiato nel quale comprendere che la propria identità non viene necessariamente indebolita dall’incontro con identità diverse. Al contrario, spesso è proprio il confronto a renderla più consapevole, più adulta e più capace di dialogare.

Questa impostazione assume un valore particolare in un momento nel quale la guerra è tornata a essere una realtà del continente europeo e nel quale il linguaggio politico internazionale sembra nuovamente dominato dalla contrapposizione. Leone XIV ha ricordato a Metz che le parole della Dichiarazione Schuman del 1950 mantengono una straordinaria attualità: un’Europa organizzata e vivente può offrire un contributo indispensabile alla costruzione di relazioni pacifiche. Per questo il Papa ha richiamato la necessità di un dialogo paziente, del coraggio della negoziazione e della disponibilità a sacrificare alcune posizioni per un bene superiore, quello della pace.

Non è un messaggio che chiede all’Europa di dimenticare le proprie identità. È esattamente il contrario. Chiede di recuperare il significato più profondo delle proprie identità e delle proprie radici, trasformandole in strumenti di incontro anziché di contrapposizione. Schuman e De Gasperi dimostrano che si può essere profondamente legati alla propria terra e, nello stesso tempo, comprendere che nessuna terra europea può vivere isolata dalle altre.

Forse è proprio questo il significato più profondo del ricordo che Leone XIV ha voluto affidare a Metz. L’Europa non è nata perché i suoi confini sono scomparsi, ma perché uomini che conoscevano il peso dei confini decisero che essi non dovevano più essere trincee. Le frontiere possono continuare a esistere, così come continuano a esistere le nazioni, le lingue, le culture e le tradizioni, ma ciò che deve cambiare è il modo nel quale vengono vissute. Il confine può essere una linea che separa oppure una soglia che permette l’incontro; può alimentare la paura oppure favorire la conoscenza.

Schuman e De Gasperi, figli di terre di frontiera, appartengono alla storia di un’Europa che comprese questa differenza dopo aver pagato un prezzo immenso alla logica dello scontro. La loro eredità non consiste quindi soltanto nelle istituzioni che contribuirono a creare, ma anche in una concezione dell’identità europea nella quale appartenenza e apertura non sono termini contraddittori. È questa forse la sfida che il Papa ha riproposto a Metz: non costruire un’Europa senza confini, ma un’Europa nella quale i confini non tornino a diventare muri e nella quale l’incontro con l’altro non sia percepito come una minaccia, bensì come una possibilità di arricchimento reciproco.

In fondo, la grande intuizione dei padri dell’Europa fu proprio questa: la pace non nasce dalla cancellazione delle differenze, ma dalla capacità di trasformarle in una ragione di collaborazione. E forse non è un caso che questa intuizione sia stata particolarmente chiara proprio a uomini cresciuti sui confini, perché chi nasce dove le culture si incontrano impara prima di altri che una frontiera può dividere una carta geografica, ma non può impedire alle persone, alle idee e alle storie di incontrarsi.

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