L'incontro di Papa Leone XIV con il clero della diocesi di Roma, nell'Aula Paolo VI il 19 febbraio 2026, non è stato semplicemente un discorso pastorale. È sembrato piuttosto un tentativo di innestare nel tronco della tradizione ecclesiale europea un metodo, uno stile, quasi una cultura: quella del pragmatismo anglosassone. Una "lezione americana", come la voglio chiamare , che ha messo al centro non tanto nuove strutture, quanto relazioni concrete, abitudini condivise, fraternità vissuta.
Le immagini evocate dal Papa sono state semplici ma incisive: i sacerdoti di Chicago che si ritrovano a giocare a golf; il gruppo di compagni di seminario che, dal giorno dell'ordinazione, decide di incontrarsi una volta al mese per tutta la vita; la scelta a turno di un articolo da leggere e discutere insieme, tra preghiera, studio e confronto libero. Non un programma imposto dall'alto, ma un patto fraterno nato dal basso. Un'esperienza che ha attraversato decenni, fino ai novantatré anni di uno dei membri del gruppo.
Al centro del discorso non c'è il golf in sé, né la riunione mensile come forma organizzativa. Il cuore è la lotta contro quella che Leone XIV ha chiamato con franchezza "invidia clericalis": il veleno sottile che corrode i rapporti quando un sacerdote viene nominato parroco di una parrocchia più importante, o chiamato a un incarico prestigioso. L'invidia genera pettegolezzo, rottura, isolamento. Distrugge invece di costruire ponti.
Qui emerge la cifra del pragmatismo anglosassone: non grandi dichiarazioni teoriche sulla fraternità, ma pratiche concrete che la rendano possibile. Se ci si incontra regolarmente, se si studia insieme, se si prega insieme, se si condivide anche un momento di sport, allora la rivalità si stempera. La conoscenza reciproca diventa antidoto all'isolamento. L'amicizia, coltivata con metodo, diventa prevenzione contro l'amarezza.
In questo senso, Leone XIV si colloca chiaramente nella scia di Papa Francesco e della sua "Chiesa in uscita". Ma se Francesco ha insistito sulla prossimità, sull'andare verso le periferie e sul superamento dell'autoreferenzialità, Leone sembra voler aggiungere un tassello ulteriore: la necessità di strutturare la fraternità, di darle tempi e luoghi, di non lasciarla alla sola spontaneità occasionale.
Il rischio, tuttavia, è culturale prima ancora che pastorale. Nel contesto anglosassone, il club, l'associazione, il gruppo di servizio non sono percepiti come realtà elitarie, ma come strumenti di coesione sociale. Il ritrovarsi periodicamente attorno a un tema, con una discussione libera e paritaria, è parte di una mentalità diffusa. In molte aree dell'Europa continentale, invece, simili pratiche possono apparire artificiali, forzate, quasi mondane.
La "Chiesa in uscita" di Francesco è stata talvolta ridotta a una generica attenzione caritativa. Analogamente, la proposta di Leone XIV potrebbe essere banalizzata in un "fare riunioni perché lo ha detto il Papa" o "organizzare attività comuni per obbedienza". Ma il punto decisivo del suo discorso è esattamente l'opposto: non un ordine dall'alto, bensì un invito a generare dal basso relazioni stabili.
Il Papa è stato esplicito: qualcuno deve prendere l'iniziativa. Non si può pretendere di confidarsi con tutti; non si può essere amici di tutti. Ma si possono trovare alcuni con cui condividere un cammino più profondo. La fraternità non è uniformità, ma scelta concreta di camminare insieme. È un realismo spirituale che riconosce la diversità dei caratteri e delle sensibilità.
La questione della mentalità resta però centrale. Se in molte culture europee la vita ecclesiale è stata per secoli fortemente gerarchica, abituata a ricevere orientamenti dall'alto, il passaggio a una dinamica generativa – in cui i sacerdoti stessi creano spazi di incontro – non è scontato. Il rischio è la formalizzazione: incontri organizzati per dovere, senza vero coinvolgimento; momenti di studio trasformati in adempimenti; fraternità ridotta a calendario.
Eppure, Leone XIV tocca un nervo scoperto del clero contemporaneo: la solitudine. Il Papa collega l'isolamento alla difficoltà di affrontare crisi personali, malattie, scoraggiamenti. Senza un gruppo di fiducia, la prova può diventare rottura. Con un tessuto di relazioni, invece, la sofferenza si condivide e si attraversa insieme. È una visione che intreccia spiritualità e psicologia, grazia e realismo umano.
Colpisce anche il legame tra fraternità e gratitudine. Il Papa invita a custodire la memoria della vocazione come antidoto all'amarezza. Una vita sacerdotale vissuta come peso o come competizione genera frustrazione; una vita vissuta come dono permette di accogliere anche la vecchiaia e la malattia. In un contesto culturale in cui si discute di fine vita e di eutanasia, la testimonianza di una gratitudine perseverante diventa segno controcorrente.
Il nodo finale resta aperto: attecchirà in Europa questa "lezione americana"? È possibile che molti la interpretino come un'ennesima direttiva, da applicare formalmente. Ma proprio qui sta la sfida: comprendere che né la "Chiesa in uscita" né il pragmatismo relazionale nascono dall'obbedienza formale a un comando. Nascono da una conversione dello sguardo.
Leone XIV sembra dire che la fraternità non si decreta: si costruisce con gesti ripetuti, con fedeltà mensile, con iniziative concrete. Se questo spirito sarà accolto come imposizione, fallirà. Se sarà recepito come opportunità di libertà e corresponsabilità, potrà trasformare il volto del presbiterio.
La vera battaglia, dunque, non è organizzativa ma culturale. Non riguarda il golf o il calendario delle riunioni, ma la capacità di passare da una Chiesa vissuta per adempimenti a una Chiesa vissuta per relazioni. È qui che si giocherà il successo o il fallimento della "lezione americana" di Leone XIV nel vecchio continente.
Marco Baratto