sabato 7 novembre 2026

Il Codice Leone entra nella sfida americana: il Papa che risponde agli evangelici con la forza dei gesti

Il vero «Codice Leone» non è nascosto in qualche documento riservato, né in improbabili retroscena. È nelle parole, nei gesti e nelle scelte di Papa Leone XIV. E una delle chiavi più interessanti del suo pontificato passa oggi attraverso un elemento apparentemente marginale: la sua decisione di votare alle elezioni americane.

Leone XIV ha rivendicato con naturalezza il proprio diritto di cittadino statunitense. Il Vaticano ha confermato che il Papa, cittadino americano, ha esercitato il diritto di voto anche attraverso il voto per posta a Chicago, in continuità con una pratica di partecipazione civica precedente all'elezione al soglio pontificio. 

Non è un dettaglio. È una dichiarazione di metodo. Il Papa non considera la democrazia una realtà estranea alla fede, né pensa che il suo essere americano debba essere cancellato per diventare universale. Al contrario, sembra voler trasformare la propria esperienza americana in una risorsa per la Chiesa.

Ed è proprio qui che il viaggio in America Latina assume un significato che va oltre la dimensione pastorale. Leone XIV arriva in un continente nel quale la Chiesa cattolica continua a essere maggioritaria, ma nel quale la crescita delle Chiese evangeliche e pentecostali ha modificato profondamente il panorama religioso e, soprattutto, quello politico. Il fenomeno non riguarda soltanto la fede: gli evangelici sono diventati una forza capace di mobilitare elettori, sostenere candidati, costruire rappresentanze parlamentari e influenzare il dibattito pubblico. In Brasile, per esempio, la bancada evangelica rappresenta una componente rilevante del Congresso; in altri Paesi dell'America Latina pastori e leader religiosi sono entrati direttamente nella politica. 

Il dato più importante, però, è che non esiste un «voto evangelico» perfettamente uniforme. Esiste piuttosto una crescente capacità delle comunità evangeliche di intervenire sui temi dell'ordine, della famiglia, dell'aborto, dell'educazione e dell'identità nazionale. Le ricerche mostrano inoltre come i protestanti latinoamericani siano, in diversi Paesi, particolarmente favorevoli a un ruolo significativo della religione nella leadership politica, nelle leggi e nell'identità nazionale. Pew Research Center

Questa trasformazione ha un corrispettivo ancora più evidente negli Stati Uniti, dove una parte significativa del mondo evangelico è ormai protagonista della vita politica e della mobilitazione elettorale. Analisi recenti mostrano quanto il pulpito evangelico sia diventato, in una parte del movimento, anche uno spazio di comunicazione politica e di orientamento degli elettori.

La sfida, dunque, per Roma non è semplicemente religiosa. È culturale, sociale e politica. La Chiesa cattolica si trova davanti a comunità cristiane che hanno imparato a parlare il linguaggio della politica contemporanea, a costruire reti territoriali, a utilizzare i nuovi mezzi di comunicazione e a trasformare l'appartenenza religiosa in una forma di partecipazione pubblica.

Leone XIV non sembra voler affrontare questa realtà con una guerra confessionale. Ed è proprio questa la novità. Il Papa venuto dagli Stati Uniti, ma formatosi pastoralmente in Perù, conosce entrambe le Americhe. Conosce il Nord e il Sud, la potenza politica degli Stati Uniti e la realtà sociale latinoamericana. Il suo viaggio in Uruguay, Argentina e Perù diventa quindi anche un viaggio dentro il cuore di una competizione religiosa destinata a condizionare il futuro del cristianesimo. Il programma comprende dodici giorni e oltre 30 mila chilometri, con il Perù come luogo particolarmente significativo della sua esperienza personale e pastorale. 

Ma Leone non raccoglie soltanto questa sfida: la rilancia.

Lo fa proponendo un cattolicesimo che non si chiude nella nostalgia dell'Europa cristiana e non tenta di imitare il modello evangelico. Il suo progetto sembra essere quello di riportare la Chiesa cattolica nel centro del confronto americano attraverso la presenza, la dottrina sociale, il dialogo e la capacità di parlare alla società contemporanea senza trasformare il Vangelo in un'arma identitaria.

Il Papa che vota, che parla da americano, che torna in Perù e che attraversa l'America Latina sta così mostrando una Chiesa diversa. Non una Chiesa che fugge dalla politica, ma una Chiesa che rifiuta di essere catturata dalla politica. Non una Chiesa che teme la concorrenza evangelica, ma una Chiesa che accetta la competizione sul terreno della proposta cristiana.

Questo potrebbe essere il vero «Codice Leone»: non difendere semplicemente il territorio perduto, ma entrare nel nuovo territorio della cristianità americana e provare a riconquistarlo con parole, gesti e presenza.

E in questo senso Leone XIV non è soltanto il primo Papa americano. È il Papa che potrebbe inaugurare, per la Chiesa cattolica, una nuova stagione americana.

CODICE LEONE

domenica 25 ottobre 2026

America, il rischio di uno scisma silenzioso: quando la Casa Bianca sfida Roma


La preghiera nello Studio Ovale per Donald Trump, dalla quale la Conferenza episcopale statunitense ha preso formalmente le distanze, è molto più di un episodio di devozione religiosa. È il segnale di una frattura che attraversa il cattolicesimo americano, sospeso tra la fedeltà a Roma, il nazionalismo religioso e la crescente influenza degli ambienti evangelici vicini al potere politico. Una frattura che potrebbe sopravvivere alla stessa presidenza Trump e diventare una delle questioni più delicate per il pontificato di Leone XIV.

Giovedì 22 ottobre, diversi vescovi statunitensi si sono riuniti nello Studio Ovale per pregare con il presidente americano. Nel video diffuso sui social network si vedono i presuli tendere le mani verso Donald Trump, seduto alla scrivania con il capo chino e le mani giunte. A guidare la preghiera è l'arcivescovo di Denver, James Golka, che invoca la benedizione divina sul capo della Casa Bianca: «Eleviamo il nostro presidente e chiediamo la tua benedizione su di lui».

Tra i presenti figurano il vescovo maronita Abdallah Elias Zaidan, il vescovo di Dallas Edward Burns, quello di Gallup James Wall, l'arcivescovo emerito Joseph Naumann, il vescovo di Des Moines William Joensen, l'arcivescovo di Milwaukee Jeffrey Grob e il vescovo di Oakland Michael Barber.

La precisazione della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, tuttavia, non si è fatta attendere. Il portavoce Chieko Noguchi ha chiarito che l'incontro non era stato organizzato dalla USCCB e non era affiliato alla Conferenza. Una presa di distanza istituzionale che non equivale necessariamente a una condanna dei singoli partecipanti, ma che rende evidente la volontà di evitare che quella preghiera venga interpretata come una posizione ufficiale dell'episcopato americano.

La direttrice per gli affari religiosi della Casa Bianca, Jenny Korn, ha sostenuto che l'incontro non riguardava la politica. Ma è proprio questa affermazione a sollevare una domanda: è davvero possibile separare la preghiera per un presidente dal significato pubblico delle sue scelte, quando la religione viene celebrata nel cuore del potere esecutivo?

Una benedizione che diventa un problema ecclesiale

Il problema non è pregare per un presidente. La Chiesa prega per chi governa, indipendentemente dall'appartenenza politica, e la tradizione cristiana invita a chiedere a Dio sapienza e giustizia per chi esercita l'autorità. Il punto è un altro: quando la preghiera assume la forma di una manifestazione collettiva di sostegno, il confine tra intercessione spirituale e legittimazione politica rischia di diventare sottile.

Le tensioni tra l'amministrazione Trump e una parte significativa della gerarchia cattolica americana riguardano questioni concrete: le politiche migratorie, le deportazioni, l'uso della forza militare all'estero e la tutela della dignità umana. Su questi temi, le posizioni del presidente possono entrare in conflitto con l'insegnamento sociale della Chiesa, soprattutto quando la sicurezza nazionale viene invocata per giustificare decisioni che sollevano interrogativi morali.

Non si tratta, dunque, di stabilire se un cattolico possa sostenere Trump. Si tratta di capire se una parte del cattolicesimo americano rischi di identificare progressivamente la propria missione con un progetto politico, subordinando la voce del Vangelo alle esigenze di una comunità nazionale.

È qui che si apre la questione più profonda: quale autorità prevale quando l'identità religiosa viene sovrapposta all'identità nazionale?

Dopo Trump, il pericolo di due Chiese

Il rischio non riguarda soltanto la durata dell'attuale presidenza. Anche dopo Trump, magari attraverso una nuova amministrazione democratica a partire dal 2029, le divisioni potrebbero rimanere intatte. I cicli elettorali cambiano gli inquilini della Casa Bianca; le trasformazioni culturali e religiose, invece, possono sedimentarsi per decenni.

È lo scenario che abbiamo affrontato in Codice Leone, un pontificato non compreso: la possibilità che negli Stati Uniti si consolidi una frattura ecclesiale sempre più profonda, fino a produrre qualcosa che assomigli a uno scisma, anche senza una separazione canonica formale da Roma.

Da una parte, una Chiesa cattolica consapevole della propria universalità, legata al successore di Pietro e alla tradizione ecclesiale, capace di confrontarsi con le diverse culture senza identificarsi con alcuna potenza politica. Dall'altra, un cattolicesimo sempre più permeabile al nazionalismo cristiano, nel quale la difesa della nazione, la lotta contro i nemici interni e l'adesione a un determinato schieramento politico rischiano di diventare criteri impliciti di appartenenza religiosa.

Non sarebbe necessariamente uno scisma dichiarato, con gerarchie separate e una rottura ufficiale dei rapporti con il Vaticano. Potrebbe essere qualcosa di più ambiguo: due modi di intendere la Chiesa, due linguaggi morali, due differenti criteri di discernimento, pur conservando gli stessi sacramenti e la medesima appartenenza formale.

Una Chiesa nominalmente unita, ma sempre meno capace di riconoscersi nella stessa autorità spirituale.

Leone XIV e la necessità di un nuovo dialogo

In questo quadro si comprende l'importanza del rapporto che Leone XIV potrebbe sviluppare con le altre tradizioni cristiane, a cominciare da quella anglicana. La Chiesa d'Inghilterra, infatti, non va confusa con la Chiesa episcopale degli Stati Uniti, che appartiene alla Comunione anglicana ed è la principale espressione storica dell'anglicanesimo americano.

Un dialogo più stretto con Canterbury e con le comunità anglicane potrebbe offrire al pontefice uno spazio prezioso per rilanciare una concezione della fede cristiana non riducibile alle appartenenze nazionali. Non perché anglicanesimo e cattolicesimo condividano tutte le posizioni dottrinali o politiche, né perché le comunità anglicane siano immuni dalle polarizzazioni, ma perché la ricerca dell'unità cristiana costituisce un terreno sul quale interrogarsi insieme sul rapporto tra Vangelo, potere e coscienza.

Sarebbe tuttavia prematuro affermare che Leone XIV stia deliberatamente costruendo un'alleanza speciale con la Chiesa d'Inghilterra per contrastare il trumpismo religioso. Un simile giudizio richiede riscontri concreti. Resta però evidente che il dialogo ecumenico può diventare uno strumento importante per difendere la dimensione universale del cristianesimo dalle tentazioni nazionalistiche.

La questione, in fondo, non riguarda soltanto l'America. Riguarda il futuro del cattolicesimo in un mondo nel quale la religione torna a essere utilizzata come marcatore identitario e strumento di mobilitazione politica.

La preghiera nello Studio Ovale potrebbe rimanere un episodio isolato. Oppure potrebbe essere ricordata come una delle immagini simboliche di una trasformazione più profonda. Il vero pericolo, per Roma, non è necessariamente la nascita di una Chiesa americana formalmente separata, ma l'affermarsi di un cattolicesimo che riconosce il Papa senza accettare pienamente le conseguenze della comunione con lui.

Uno scisma silenzioso, prima ancora che istituzionale: una distanza che cresce nelle coscienze, nelle priorità e nelle fedeltà. E che nessun cambio di presidente, da solo, sarebbe sufficiente a colmare.

Il Codice Leone entra nella sfida americana: il Papa che risponde agli evangelici con la forza dei gesti

Il vero «Codice Leone» non è nascosto in qualche documento riservato, né in improbabili retroscena. È nelle parole, nei gesti e nelle scel...