venerdì 23 gennaio 2026

Il “piccolo resto” che si ritrova: Gerusalemme, sionismo cristiano e l’unità inattesa del cattolicesimo americano

Per mesi, nel cattolicesimo statunitense si è respirata un'aria pesante. Non uno scisma formale, certo, ma qualcosa di più sottile e corrosivo: uno scisma strisciante, fatto di sospetti reciproci, di letture politiche contrapposte del pontificato di Leone XIV, di una polarizzazione che sembrava aver colonizzato anche il linguaggio della fede. Progressisti e conservatori parlavano sempre meno tra loro e sempre più contro l'altro campo, spesso con Washington come bussola implicita. In questo quadro, l'episodio di Gerusalemme ha prodotto un effetto sorprendente: una ricomposizione. Fragile, forse. Inattesa, certamente. Ma reale.

L'intervento congiunto dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese di Gerusalemme del 17 gennaio non è stato solo un atto ecclesiale raro per forma e solennità. È stato uno spartiacque. Non tanto – o non solo – per ciò che ha detto sul sionismo cristiano, ma per ciò che ha innescato altrove, in particolare negli Stati Uniti. Per la prima volta dall'elezione di Leone XIV, quel "piccolo resto" cattolico che gli è rimasto fedele negli USA ha trovato una voce comune. E lo ha fatto non per difendere una linea politica, ma un principio ecclesiale.

Il nodo, come hanno chiarito i Patriarchi, non è la legittima pluralità di opinioni sulla politica mediorientale. Il nodo è la pretesa di rappresentanza teologica e pastorale. Il sionismo cristiano – soprattutto nella sua declinazione evangelicale americana – non si limita a esprimere solidarietà verso Israele: propone una lettura teologica della storia che finisce per sovrapporre il progetto salvifico di Dio a uno Stato moderno e alle sue dinamiche politiche. Per i cristiani della Terra Santa, questo significa essere marginalizzati, quando non strumentalizzati, dentro una narrazione escatologica che non nasce da loro e non è per loro.

Quando a difendere pubblicamente questa impostazione è stato un ambasciatore statunitense, Mike Huckabee, il problema ha cambiato scala. Non più solo una disputa teologica, ma una questione di confini tra autorità ecclesiale e potere politico. Ed è qui che il cattolicesimo americano, sorprendentemente, ha smesso di litigare con se stesso e ha iniziato a guardare nella stessa direzione.

Le reazioni di figure come Michael Knowles – simbolo del cattolicesimo conservatore mediatico – sono emblematiche. Il suo rifiuto netto del sionismo cristiano non nasce da simpatie progressiste, ma da una difesa classica della dottrina cattolica: nessuna teologia politica può sostituirsi alla Chiesa; nessuna lettura biblica può ignorare la Tradizione; nessun progetto geopolitico può arrogarsi il diritto di parlare a nome del Corpo di Cristo. Quando su questo punto si ritrovano d'accordo commentatori che fino a ieri si accusavano reciprocamente di tradire la fede, qualcosa di significativo sta accadendo.

Questo ricompattamento ha anche un volto preciso: quello del pontificato di Leone XIV. Per mesi, il Papa è stato il bersaglio di critiche incrociate, spesso più politiche che teologiche. Da una parte, chi lo accusava di non essere abbastanza "allineato"; dall'altra, chi temeva concessioni eccessive. L'episodio Huckabee ha però fatto emergere un punto condiviso: il Papa non è un leader di fazione né un attore da normalizzare dentro una piattaforma ideologica. È il successore di Pietro. E difendere l'autonomia delle Chiese di Gerusalemme significa, indirettamente, difendere anche il cuore del cattolicesimo universale.

In questo senso, il "piccolo resto" di Leone negli Stati Uniti – minoritario, spesso marginalizzato nel dibattito pubblico, ma teologicamente radicato – ha trovato per la prima volta una vera unità. Non un'unità di comodo, ma una convergenza attorno a un criterio non negoziabile: la fedeltà alla Chiesa precede ogni lealtà politica. Né Washington né Tel Aviv, né destra né sinistra, possono diventare il metro ultimo del giudizio ecclesiale.

È un paradosso fecondo. In un'epoca di polarizzazione estrema, è stata un'ingerenza percepita come esterna e teologicamente invasiva a costringere il cattolicesimo americano a guardarsi allo specchio. A ricordarsi che ciò che lo tiene insieme non è una battaglia culturale, ma una fede incarnata in una storia, in una successione apostolica, in comunità concrete che soffrono e resistono, come quelle di Gerusalemme.

Il Vaticano, com'è prevedibile, userà toni diplomatici. Leone XIV non è un Papa da scontro frontale. Ma sul piano ecclesiale il segnale è chiaro: una linea rossa è stata tracciata, e non solo in Terra Santa. Negli Stati Uniti, quella linea ha funzionato come un richiamo all'ordine, quasi come un esame di coscienza collettivo. E il risultato, inatteso, è stato un gesto di unità.

Non è poco. In tempi di frammentazione, ritrovarsi attorno all'essenziale è già un segno di speranza. Per alcuni, persino un piccolo miracolo.

Marco Baratto

Nessun commento:

Posta un commento

Il “piccolo resto” che si ritrova: Gerusalemme, sionismo cristiano e l’unità inattesa del cattolicesimo americano

Per mesi, nel cattolicesimo statunitense si è respirata un'aria pesante. Non uno scisma formale, certo, ma qualcosa di più sottile e cor...