L'appello che si leva dalla Santa Sede sull'Est della Repubblica Democratica del Congo non è episodico né occasionale. È un grido costante, lucido e profetico, che attraversa i pontificati e che oggi torna con forza, mentre gran parte della comunità internazionale continua a voltarsi dall'altra parte.
Nel messaggio rivolto ai fedeli all'inizio della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, il Papa ha ricordato ancora una volta le «grandi difficoltà che soffre la popolazione dell'est della Repubblica Democratica del Congo», costretta alla fuga, travolta dalla violenza e da una crisi umanitaria drammatica. Un richiamo che non è solo spirituale, ma profondamente politico nel senso più alto del termine: la difesa della dignità umana.
La Santa Sede continua ad avere un focus chiaro e coerente sull'Est della RDC, una regione il cui nome – Bunia, Beni, Butembo, Goma, Masisi, Rutshuru, Bukavu, Uvira – raramente compare nei titoli dei media internazionali, ma che da anni è teatro di massacri, stupri di massa, saccheggi, sfollamenti forzati. Questo impegno non nasce dal nulla: è anche il frutto del viaggio compiuto dal predecessore di Papa Leone nella Repubblica Democratica del Congo, un pellegrinaggio di dolore e di vicinanza che ha dato voce a chi non ne ha.
In quel contesto risuona con particolare forza un passaggio che resta centrale e scomodo, perché chiama in causa responsabilità precise, interne ed esterne. Un passaggio che non usa mezzi termini e che va evidenziato senza attenuazioni:
«Rivolgo un vibrante appello a tutte le persone, a tutte le entità, interne ed esterne, che tirano i fili della guerra nella Repubblica Democratica del Congo, depredandola, flagellandola e destabilizzandola».
Queste parole non sono retorica. Sono una denuncia diretta contro un sistema di violenza strutturale, alimentato da interessi economici, geopolitici e criminali. La guerra nell'Est del Congo non è un conflitto dimenticato per caso: è una guerra funzionale a un'economia armata che prospera sull'instabilità. Minerali preziosi, terre rare, coltan, oro: risorse che alimentano mercati globali e tecnologie avanzate, mentre la popolazione locale paga il prezzo più alto in termini di sangue, stupri, villaggi bruciati, infanzia rubata.
Il Papa lo dice senza ambiguità: ci si arricchisce «attraverso lo sfruttamento illegale dei beni di questo Paese e il cruento sacrificio di vittime innocenti». E aggiunge parole che pesano come macigni: «Ascoltate il grido del loro sangue». È un richiamo biblico, che rimanda al grido di Abele, ma è anche un'accusa morale rivolta a governi, multinazionali, gruppi armati, reti di traffico che continuano a trarre profitto da una guerra che sembra non dover mai finire.
La forza di questo appello sta anche nel suo carattere universale: non si rivolge solo ai "signori della guerra" locali, ma anche a chi, da lontano, beneficia di quel caos. A chi chiude gli occhi, a chi firma contratti, a chi compra risorse "sporche di sangue", a chi preferisce il silenzio per non disturbare equilibri economici e strategici. È qui che la voce della Santa Sede si distingue: non accetta la logica della rassegnazione né quella dell'ipocrisia.
Accanto alla denuncia, però, c'è anche un messaggio di prossimità profonda alle vittime. «Le vostre lacrime sono le mie lacrime», dice il Papa agli abitanti dell'Est. È una Chiesa che non osserva da lontano, ma si schiera. «La Chiesa è e sarà sempre dalla vostra parte», afferma con chiarezza. In un contesto in cui molti si sentono dimenticati non solo dalla politica, ma anche dalla comunità internazionale, questa vicinanza assume un valore enorme.
Il richiamo all'unità dei cristiani, tema della settimana di preghiera, si intreccia così con l'impegno per la pace e la giustizia. Non può esserci unità autentica senza attenzione ai luoghi dove l'umanità viene quotidianamente calpestata. Non può esserci preghiera credibile senza la denuncia delle strutture di peccato che generano guerra e miseria.
Il messaggio che arriva da Roma è chiaro: basta. Basta violenza, basta sfruttamento, basta arricchirsi sulla pelle dei più deboli. E allo stesso tempo: no alla rassegnazione, sì alla speranza, sì alla riconciliazione. Una speranza che non è ingenua, ma esigente; una riconciliazione che non cancella la giustizia, ma la porta a compimento.
In un mondo distratto da altre crisi più "mediatiche", l'Est della Repubblica Democratica del Congo continua a sanguinare. La Santa Sede, quasi sola, continua a ricordarlo. Sta ora alla comunità internazionale decidere se ascoltare questo appello vibrante o continuare a far finta di niente. Perché il silenzio, davanti a tutto questo, non è mai neutrale.
Marco Baratto
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