Nel cuore dell'omelia per l'Epifania, Papa Leone XIV ha posto tre domande che non sono semplici interrogativi retorici né esortazioni spirituali destinate a rimanere sul piano morale. «C'è vita nella nostra Chiesa? C'è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?». Esse vanno lette come un vero e proprio asse interpretativo del pontificato e, soprattutto, come le linee portanti su cui si muoverà il prossimo concistoro. Non domande, dunque, ma criteri di discernimento e di governo.
La prima affermazione-interrogativo tocca il nucleo più profondo: la vitalità ecclesiale. Papa Leone XIV non identifica la "vita" con l'efficienza organizzativa, con il numero delle attività o con la solidità delle strutture. Al contrario, tutta l'omelia mette in guardia da una Chiesa che, come Gerusalemme al tempo di Erode, conosce le Scritture ma ha perso la capacità di lasciarsi sorprendere da Dio.
La vita di cui parla il Papa è quella che nasce dall'incontro con un Dio vivo, non addomesticabile, non riducibile a garanzia dell'ordine esistente. Una Chiesa viva è una Chiesa che genera gioia e inquietudine insieme, che non anestetizza il desiderio, che non teme di perdere una certa "tranquillità" pur di accogliere il nuovo che Dio fa germogliare.
In questa prospettiva, il concistoro sarà chiamato a interrogarsi sullo stato reale della vita ecclesiale: non solo sulla disciplina interna o sulle riforme strutturali, ma sulla capacità della Chiesa di essere luogo di esperienza spirituale autentica. Dove la Chiesa è viva, i Magi continuano ad arrivare; dove non lo è, anche le porte più solenni restano vuote.
La seconda linea è forse la più esigente. Dare spazio a ciò che nasce significa accettare la fragilità, l'incompletezza, il rischio. Papa Leone XIV insiste sull'immagine del Bambino: il Regno di Dio è piccolo, delicato, esposto. Una Chiesa che non fa spazio al nascente è una Chiesa che preferisce il controllo alla fecondità.
Qui emerge una critica implicita a ogni forma di clericalismo, di autoreferenzialità istituzionale, di paura del cambiamento. Come Erode, anche oggi si può temere per il "trono": per ruoli, equilibri, privilegi, modelli pastorali consolidati. Ma ciò che nasce non può essere pianificato né pienamente previsto; può solo essere accolto o soffocato.
Il concistoro, in questa luce, non sarà semplicemente un luogo di nomine o decisioni, ma un laboratorio di discernimento su come la Chiesa universale intenda rapportarsi ai processi in atto: alle nuove forme di ricerca spirituale, ai linguaggi emergenti, alle domande dei giovani, ai cammini che non rientrano negli schemi tradizionali. Fare spazio a ciò che nasce significa anche rinunciare a trasformare tutto in "prodotto", come denuncia il Papa parlando di un'economia che mercifica persino il pellegrinaggio e la speranza.
La terza linea è la sintesi delle prime due. Il Dio annunciato dalla Chiesa è davvero il Dio dell'Esodo, dell'uscita, del cammino? Oppure è diventato, nella prassi, il garante di immobilismi rassicuranti? Papa Leone XIV è esplicito: Dio non sta fermo nelle nostre mani. Non è un idolo d'oro o d'argento, ma un Dio che chiama, sposta, destabilizza.
Annunciare un Dio che rimette in cammino implica una Chiesa che non teme il dinamismo umano, che non guarda con sospetto chi cerca, chi viaggia, chi non ha risposte preconfezionate. I Magi diventano il paradigma dei credenti di oggi: uomini e donne che rischiano il proprio percorso, che attraversano mondi ostili, che non smettono di cercare.
Il concistoro dovrà misurarsi con questa visione missionaria: non una Chiesa che aspetta, ma una Chiesa che accompagna; non una Chiesa-fortezza, ma una Chiesa-casa; non una Chiesa che si difende dal mondo, ma che riconosce nei segni dei tempi il luogo in cui Dio continua a manifestarsi.
Le tre linee indicate dal Papa non sono uno slogan programmatico né una semplice eredità del Giubileo appena concluso. Sono una verifica severa: sulla qualità della vita ecclesiale, sulla disponibilità al nuovo, sulla fedeltà al Dio dell'Incarnazione. Se prese sul serio, esse chiedono conversione pastorale, libertà interiore, coraggio profetico.
Per questo Papa Leone XIV parla di "generazione dell'aurora". Non di custodi del tramonto, ma di uomini e donne capaci di riconoscere la stella che ricompare quando si lascia la reggia e il tempio per mettersi in cammino verso Betlemme. È lì che il concistoro è chiamato ad arrivare: non per difendere un ordine, ma per servire una nascita.
Marco Baratto
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