martedì 18 novembre 2025

Il videomessaggio di Leone XIV alle Chiese del Sud del Mondo: un richiamo profetico all’urgenza climatica

Nel pieno dei lavori della Cop30, ospitata quest'anno nel cuore dell'Amazzonia brasiliana, arriva un videomessaggio che scuote le coscienze e interpella direttamente i responsabili politici del pianeta. Papa Leone XIV si rivolge alle Chiese particolari del Sud del Mondo riunite nel Museo Amazzonico di Belém, dove rappresentanti ecclesiali, comunità locali e delegati della società civile stanno animando un importante spazio di ascolto e mobilitazione. Le sue parole, pronunciate in inglese nella notte italiana del 17 novembre, risuonano come un monito ma anche come una proposta concreta: il mondo ha ancora gli strumenti per frenare la deriva climatica, ma manca la volontà politica necessaria per usarli.

Il Papa parte da un presupposto fondamentale: l'Accordo di Parigi del 2015, che impegna le nazioni a contenere il riscaldamento globale entro i 1,5°C, "non sta fallendo". A fallire, piuttosto, è l'umanità nella sua risposta. L'affermazione spezza una narrazione ricorrente – quella secondo cui il trattato sarebbe ormai superato o inefficace – e rovescia responsabilità e prospettiva: lo strumento c'è, rimane valido, e ha dimostrato di poter orientare politiche e investimenti. Ma senza una determinazione politica condivisa, anche l'accordo più visionario perde forza.

Il cuore del messaggio è un forte appello morale: di fronte al grido della terra e dei poveri, ignorare chi già oggi subisce gli impatti devastanti del cambiamento climatico significa "negare la nostra comune umanità". Una persona su tre nel mondo vive in situazioni di forte vulnerabilità a causa di eventi estremi sempre più frequenti e intensi: inondazioni, siccità prolungate, tempeste violente, ondate di calore implacabili. Non si tratta più di scenari futuri o remoti; per milioni di famiglie del Sud globale, e sempre più anche del Nord, il clima è già diventato una variabile di sopravvivenza quotidiana.

Non sorprende quindi che Leone XIV scelga l'Amazzonia come simbolo e cornice del suo intervento. La regione, al centro delle preoccupazioni scientifiche e delle tensioni politiche sul destino del pianeta, è descritta come un "simbolo vivente della creazione che ha urgente bisogno di cure". Qui la devastazione ambientale è evidente: deforestazione, perdita della biodiversità, comunità indigene minacciate, incendi sempre più intensi. Eppure l'Amazzonia è anche, nelle parole del Papa, un laboratorio di speranza, grazie all'impegno delle comunità locali, delle Chiese e dei movimenti sociali che cercano alternative sostenibili e modelli di vita più rispettosi della casa comune.

Il Papa ringrazia esplicitamente le Chiese del Sud del Mondo per aver saputo costruire "una comunità globale che lavora insieme", capace di promuovere speranza e azione al posto della disperazione. Questo riconoscimento non è solo simbolico: accende i riflettori su un protagonismo ecclesiale che negli ultimi anni è cresciuto, come mostrano i contributi portati alla Cop30 dai cardinali rappresentanti di America Latina, Africa e Asia. Le loro voci, definite dal Papa "profetiche", hanno chiesto giustizia climatica, tutela delle popolazioni indigene, transizioni energetiche eque e l'abbandono dei combustibili fossili.

Il messaggio di Leone XIV, però, non si limita alla denuncia. Egli insiste sulla possibilità reale di mantenere l'aumento della temperatura globale entro gli 1,5°C, sottolineando che la "finestra si sta chiudendo" ma non è ancora del tutto chiusa. È un richiamo alla responsabilità, ma anche alla speranza operosa. La fede, nella prospettiva cristiana evocata dal Papa, non è mai rassegnazione: è coraggio di visione, capacità di innovazione, impegno concreto.

In questo senso, definire "azioni e politiche climatiche più forti" come "un investimento in un mondo più giusto e stabile" ribalta la logica del costo politico. La transizione ecologica non è un sacrificio imposto, ma un'opportunità di equità e di pace. Al contrario, l'inerzia attuale rischia di amplificare diseguaglianze, conflitti e instabilità, soprattutto nei territori più fragili. Il Sud del Mondo – e le Chiese che lo attraversano – diventa così non solo destinatario dell'appello, ma portatore di una proposta alternativa, basata su solidarietà, custodia e responsabilità condivisa.

Le parole del Papa alla Cop30 arrivano dunque in un momento decisivo. Con gli scienziati che avvertono dell'accelerazione del riscaldamento globale e con le opinioni pubbliche di molti Paesi divise tra urgenza e timori economici, occorre ridefinire il perimetro del dibattito: non più una battaglia tecnica tra percentuali e scadenze, ma una sfida etica e culturale che riguarda la dignità umana e il futuro stesso della civiltà.

Leone XIV chiude il suo messaggio con un invito semplice e potente: agire "rapidamente, con fede e profezia". Una sintesi che, al di là delle appartenenze religiose, richiama tutti – governi, imprese, cittadini – a un impegno che non può più essere rimandato. Perché il tempo del pianeta, oggi, richiede coraggio. E la politica, come il Papa denuncia, non può più sottrarsi.

Marco Baratto

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