Il 28 giugno 1914 segnò la fine di un'epoca. Quel giorno, tra la folla festante di Sarajevo, si compì un attentato che avrebbe sconvolto il mondo intero. L'arciduca Francesco Ferdinando d'Asburgo, erede al trono dell'Impero austro-ungarico, e sua moglie Sofia vennero assassinati da Gavrilo Princip, un giovane nazionalista serbo-bosniaco. Era il giorno di San Vito, festa nazionale per il popolo serbo, ma nessuna celebrazione avrebbe potuto contenere l'eco di quegli spari. Con due colpi di pistola esplosi tra la gente, non si spensero soltanto due vite, ma anche l'ultima luce di un tempo di relativa stabilità. Iniziava così una spirale di eventi che avrebbe trascinato l'Europa – e poi il mondo – nella più sanguinosa delle guerre: la Grande Guerra.
Quel giorno, convenzionalmente indicato come il casus belli del primo conflitto mondiale, è stato l'inizio di un secolo di sangue. Dopo quell'assassinio, il governo imperiale austriaco inoltrò un ultimatum alla Serbia, e da lì si innescò il devastante effetto domino delle alleanze militari. In poche settimane, le potenze europee erano in guerra. Le trincee, i gas, le distruzioni materiali e morali divennero il nuovo paesaggio dell'umanità. La pace, quella vera, profonda, duratura, sembrò ritirarsi dalla storia.
In questa memoria tanto tragica quanto simbolica, il mio cuore si rivolge oggi a Sua Santità, successore di Pietro e guida spirituale di milioni di credenti. Santo Padre, come non vedere in quel giorno – 28 giugno – il segno di una svolta epocale che ancora ci chiama, ci interroga, ci chiede un'assunzione di responsabilità spirituale e morale? Da allora, con brevi sospensioni, il mondo non ha più conosciuto una pace piena. Le guerre si sono moltiplicate, hanno cambiato forme e strumenti, ma non hanno mai abbandonato il nostro orizzonte. Siamo immersi in un conflitto permanente, spesso invisibile, ma ugualmente devastante.
Ecco perché mi rivolgo a Lei, Santo Padre, con l'umile ardore di un credente: indìca, il 28 giugno, una giornata universale di preghiera, penitenza e digiuno per la pace. Non una ricorrenza formale, non una celebrazione liturgica da calendario, ma un grido collettivo dell'anima rivolto al cielo, perché cessino le guerre, si fermino gli eserciti, si sciolgano i cuori irrigiditi dall'odio. Invochiamo l'intercessione del Beato Carlo d'Asburgo, ultimo imperatore cristiano d'Europa e testimone della pace possibile anche nei tempi più bui.
Santo Padre, si faccia voce profetica, come già fu San Giovanni Paolo II contro la guerra in Iraq, o Pio XII nel tentativo – purtroppo inascoltato – di fermare il secondo conflitto mondiale. I suoi predecessori hanno levato la loro voce nei momenti critici della storia. Faccia anche Lei risuonare oggi quella voce, chiara e forte, nel mondo smarrito. Come Sant'Agostino ricordava:
"La pace sia la nostra diletta, la nostra amica; possiamo noi vivere, con essa nel cuore, in casta unione, possiamo con lei gustare un riposo pieno di fiducia, un sodalizio senza amarezze..."
Sono parole che attraversano i secoli per giungere al nostro tempo, così carico di tensioni. Guerre in Ucraina, in Medio Oriente, nel Sahel africano, nel Caucaso. Conflitti dimenticati, e altri sotto gli occhi del mondo, ma tutti accomunati da una sola radice: l'assenza di pace nei cuori prima ancora che nelle istituzioni.
Non possiamo arrenderci alla guerra come "normalità". Non possiamo più considerare il male come inevitabile. È tempo che la Chiesa, nel suo ruolo universale, proponga una contro-narrazione alla logica della vendetta, dell'orgoglio e della potenza. Una giornata come il 28 giugno, che porta impressa nella memoria storica il sigillo dell'inizio della sofferenza moderna, può e deve diventare una soglia di conversione.
Immagini, Santo Padre, milioni di uomini e donne di tutte le fedi – cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, non credenti – uniti da un solo desiderio: la fine delle guerre. In silenzio o in canto, in chiese, sinagoghe, moschee, templi o nelle proprie case, raccolti nella preghiera o nel silenzio interiore, in un giorno scelto per "fermare il mondo". Sarebbe un segno profondo, un gesto di vera diplomazia spirituale. Un giorno senza armi, senza polemiche, senza sangue.
Faccia appello anche ai governanti, perché tacciano, quel giorno, le loro parole divisive e si inchinino al mistero della pace, che non nasce dal calcolo ma dalla conversione del cuore. Chieda, come già ha fatto in passato, una politica del disarmo e del dialogo, non per ingenuità ma per coraggio. Chieda alle famiglie, ai giovani, agli anziani, alle comunità, di offrire quel giorno il digiuno come gesto di comunione con chi soffre per le guerre.
È giunto il tempo, Santo Padre, che la Chiesa annunci con forza che la guerra non è mai inevitabile, e che la pace è un dono che va chiesto, custodito, difeso. Il 28 giugno 1914 fu l'ultimo giorno di pace per l'Europa e per il mondo. Ma possiamo trasformarlo nel primo giorno di una nuova speranza. La memoria può essere ferita, ma anche riscatto. Faccia, Santo Padre, di quel giorno una memoria redenta. E noi, come figli e figlie della Chiesa, risponderemo con il cuore aperto.
Perché la pace, come disse Benedetto XVI, "è possibile; è un dovere; è la condizione necessaria per un futuro giusto". E perché, come dice Sant'Agostino, "non è difficile possedere la pace", se impariamo ad amarla.
Facciamo del 28 giugno non solo l'anniversario di una tragedia, ma l'inizio di una rinascita.
Marco Baratto
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