domenica 25 ottobre 2026

America, il rischio di uno scisma silenzioso: quando la Casa Bianca sfida Roma


La preghiera nello Studio Ovale per Donald Trump, dalla quale la Conferenza episcopale statunitense ha preso formalmente le distanze, è molto più di un episodio di devozione religiosa. È il segnale di una frattura che attraversa il cattolicesimo americano, sospeso tra la fedeltà a Roma, il nazionalismo religioso e la crescente influenza degli ambienti evangelici vicini al potere politico. Una frattura che potrebbe sopravvivere alla stessa presidenza Trump e diventare una delle questioni più delicate per il pontificato di Leone XIV.

Giovedì 22 ottobre, diversi vescovi statunitensi si sono riuniti nello Studio Ovale per pregare con il presidente americano. Nel video diffuso sui social network si vedono i presuli tendere le mani verso Donald Trump, seduto alla scrivania con il capo chino e le mani giunte. A guidare la preghiera è l'arcivescovo di Denver, James Golka, che invoca la benedizione divina sul capo della Casa Bianca: «Eleviamo il nostro presidente e chiediamo la tua benedizione su di lui».

Tra i presenti figurano il vescovo maronita Abdallah Elias Zaidan, il vescovo di Dallas Edward Burns, quello di Gallup James Wall, l'arcivescovo emerito Joseph Naumann, il vescovo di Des Moines William Joensen, l'arcivescovo di Milwaukee Jeffrey Grob e il vescovo di Oakland Michael Barber.

La precisazione della Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti, tuttavia, non si è fatta attendere. Il portavoce Chieko Noguchi ha chiarito che l'incontro non era stato organizzato dalla USCCB e non era affiliato alla Conferenza. Una presa di distanza istituzionale che non equivale necessariamente a una condanna dei singoli partecipanti, ma che rende evidente la volontà di evitare che quella preghiera venga interpretata come una posizione ufficiale dell'episcopato americano.

La direttrice per gli affari religiosi della Casa Bianca, Jenny Korn, ha sostenuto che l'incontro non riguardava la politica. Ma è proprio questa affermazione a sollevare una domanda: è davvero possibile separare la preghiera per un presidente dal significato pubblico delle sue scelte, quando la religione viene celebrata nel cuore del potere esecutivo?

Una benedizione che diventa un problema ecclesiale

Il problema non è pregare per un presidente. La Chiesa prega per chi governa, indipendentemente dall'appartenenza politica, e la tradizione cristiana invita a chiedere a Dio sapienza e giustizia per chi esercita l'autorità. Il punto è un altro: quando la preghiera assume la forma di una manifestazione collettiva di sostegno, il confine tra intercessione spirituale e legittimazione politica rischia di diventare sottile.

Le tensioni tra l'amministrazione Trump e una parte significativa della gerarchia cattolica americana riguardano questioni concrete: le politiche migratorie, le deportazioni, l'uso della forza militare all'estero e la tutela della dignità umana. Su questi temi, le posizioni del presidente possono entrare in conflitto con l'insegnamento sociale della Chiesa, soprattutto quando la sicurezza nazionale viene invocata per giustificare decisioni che sollevano interrogativi morali.

Non si tratta, dunque, di stabilire se un cattolico possa sostenere Trump. Si tratta di capire se una parte del cattolicesimo americano rischi di identificare progressivamente la propria missione con un progetto politico, subordinando la voce del Vangelo alle esigenze di una comunità nazionale.

È qui che si apre la questione più profonda: quale autorità prevale quando l'identità religiosa viene sovrapposta all'identità nazionale?

Dopo Trump, il pericolo di due Chiese

Il rischio non riguarda soltanto la durata dell'attuale presidenza. Anche dopo Trump, magari attraverso una nuova amministrazione democratica a partire dal 2029, le divisioni potrebbero rimanere intatte. I cicli elettorali cambiano gli inquilini della Casa Bianca; le trasformazioni culturali e religiose, invece, possono sedimentarsi per decenni.

È lo scenario che abbiamo affrontato in Codice Leone, un pontificato non compreso: la possibilità che negli Stati Uniti si consolidi una frattura ecclesiale sempre più profonda, fino a produrre qualcosa che assomigli a uno scisma, anche senza una separazione canonica formale da Roma.

Da una parte, una Chiesa cattolica consapevole della propria universalità, legata al successore di Pietro e alla tradizione ecclesiale, capace di confrontarsi con le diverse culture senza identificarsi con alcuna potenza politica. Dall'altra, un cattolicesimo sempre più permeabile al nazionalismo cristiano, nel quale la difesa della nazione, la lotta contro i nemici interni e l'adesione a un determinato schieramento politico rischiano di diventare criteri impliciti di appartenenza religiosa.

Non sarebbe necessariamente uno scisma dichiarato, con gerarchie separate e una rottura ufficiale dei rapporti con il Vaticano. Potrebbe essere qualcosa di più ambiguo: due modi di intendere la Chiesa, due linguaggi morali, due differenti criteri di discernimento, pur conservando gli stessi sacramenti e la medesima appartenenza formale.

Una Chiesa nominalmente unita, ma sempre meno capace di riconoscersi nella stessa autorità spirituale.

Leone XIV e la necessità di un nuovo dialogo

In questo quadro si comprende l'importanza del rapporto che Leone XIV potrebbe sviluppare con le altre tradizioni cristiane, a cominciare da quella anglicana. La Chiesa d'Inghilterra, infatti, non va confusa con la Chiesa episcopale degli Stati Uniti, che appartiene alla Comunione anglicana ed è la principale espressione storica dell'anglicanesimo americano.

Un dialogo più stretto con Canterbury e con le comunità anglicane potrebbe offrire al pontefice uno spazio prezioso per rilanciare una concezione della fede cristiana non riducibile alle appartenenze nazionali. Non perché anglicanesimo e cattolicesimo condividano tutte le posizioni dottrinali o politiche, né perché le comunità anglicane siano immuni dalle polarizzazioni, ma perché la ricerca dell'unità cristiana costituisce un terreno sul quale interrogarsi insieme sul rapporto tra Vangelo, potere e coscienza.

Sarebbe tuttavia prematuro affermare che Leone XIV stia deliberatamente costruendo un'alleanza speciale con la Chiesa d'Inghilterra per contrastare il trumpismo religioso. Un simile giudizio richiede riscontri concreti. Resta però evidente che il dialogo ecumenico può diventare uno strumento importante per difendere la dimensione universale del cristianesimo dalle tentazioni nazionalistiche.

La questione, in fondo, non riguarda soltanto l'America. Riguarda il futuro del cattolicesimo in un mondo nel quale la religione torna a essere utilizzata come marcatore identitario e strumento di mobilitazione politica.

La preghiera nello Studio Ovale potrebbe rimanere un episodio isolato. Oppure potrebbe essere ricordata come una delle immagini simboliche di una trasformazione più profonda. Il vero pericolo, per Roma, non è necessariamente la nascita di una Chiesa americana formalmente separata, ma l'affermarsi di un cattolicesimo che riconosce il Papa senza accettare pienamente le conseguenze della comunione con lui.

Uno scisma silenzioso, prima ancora che istituzionale: una distanza che cresce nelle coscienze, nelle priorità e nelle fedeltà. E che nessun cambio di presidente, da solo, sarebbe sufficiente a colmare.

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