Nel lungo e intenso discorso pronunciato al termine del Rosario nei Giardini Vaticani, Papa Leone XIV ha affidato ai fedeli una riflessione che va ben oltre la dimensione spirituale. Tra i vari passaggi dedicati alla pace, ce n'è uno che colpisce per la sua forza e per la sua evidente attualità: «La bramosia di potere e la violenza delle parole lasceranno il passo alla sete di giustizia e di verità. Ma ognuno può e deve fare la sua parte, cominciando da cose piccole ma importanti, astenendosi da ogni violenza verbale o fisica, nella vita di ogni giorno e anche nei social media».
Sono parole che sembrano contenere un doppio messaggio. Da una parte, un richiamo diretto a ciascun individuo. Dall'altra, una riflessione che inevitabilmente interpella anche i leader politici e i potenti della terra, in un'epoca in cui i social network sono diventati strumenti di governo, di propaganda e talvolta di scontro permanente.
Il primo livello di lettura è forse il più immediato. Leone XIV sembra indicare una sorta di "disarmo delle parole" come premessa indispensabile al disarmo delle armi. In un tempo segnato da guerre, tensioni geopolitiche e polarizzazione sociale, il Papa individua nella comunicazione aggressiva una delle radici profonde dei conflitti. Prima delle bombe arrivano spesso le parole che dividono, che umiliano, che disumanizzano l'avversario. Prima dello scontro fisico c'è quasi sempre uno scontro verbale.
Per questo il Pontefice non si limita a chiedere gesti straordinari o grandi iniziative diplomatiche. Chiede qualcosa di apparentemente più semplice, ma in realtà molto più difficile: controllare il linguaggio quotidiano. Nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nel dibattito pubblico e soprattutto nei social media. È lì che oggi si formano opinioni, si alimentano risentimenti e si costruiscono narrazioni capaci di influenzare milioni di persone.
L'espressione "anche nei social media" non è casuale. Anzi, appare come una delle parti più moderne e concrete dell'intero discorso. Leone XIV riconosce implicitamente che la vita digitale non è più una dimensione separata da quella reale. L'odio scritto su una tastiera può produrre conseguenze reali quanto una violenza pronunciata faccia a faccia. Le campagne di delegittimazione, le fake news, gli insulti e la diffusione sistematica dell'aggressività verbale finiscono per creare un clima culturale che rende più difficile la convivenza e più facile il conflitto.
Ma c'è anche un secondo livello di interpretazione, inevitabilmente politico. Quando il Papa parla di "bramosia di potere" e di "violenza delle parole", il riferimento non può essere limitato ai singoli cittadini. Le parole dei leader hanno un peso infinitamente maggiore di quelle dei comuni utenti. Oggi molti capi di Stato utilizzano direttamente i social network per comunicare, spesso bypassando media, intermediari e filtri istituzionali.
Il pensiero corre inevitabilmente al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha trasformato la comunicazione diretta sui social in una cifra distintiva della propria leadership. Negli anni, Trump ha utilizzato questi strumenti non solo per annunciare decisioni politiche, ma anche per attaccare avversari, giornalisti, magistrati e talvolta figure religiose. In più occasioni le sue dichiarazioni hanno generato polemiche anche con il Vaticano e con i predecessori di Leone XIV.
Tuttavia sarebbe riduttivo leggere il passaggio come una critica rivolta esclusivamente a Trump. Il Papa sembra parlare a una classe dirigente globale. Dalla Russia alla Cina, dall'Europa alle Americhe, la comunicazione politica contemporanea è sempre più caratterizzata dalla ricerca dello scontro, dalla semplificazione estrema e dalla costruzione di nemici. I social premiano il linguaggio aggressivo, la provocazione e la contrapposizione. Il consenso si conquista spesso attraverso la polarizzazione.
In questo scenario Leone XIV propone una logica radicalmente diversa. Alla "bramosia di potere" contrappone la "sete di giustizia e di verità". Non è soltanto una contrapposizione morale; è una diversa concezione dell'esercizio dell'autorità. Il potere cercato per sé stesso genera inevitabilmente conflitto. La ricerca della verità e della giustizia, invece, apre alla costruzione del bene comune.
Il messaggio assume così una portata universale. Il Papa non entra nel terreno della polemica politica e non cita alcun leader. Eppure il richiamo è sufficientemente chiaro da raggiungere tanto il cittadino che commenta con rabbia un post quanto il capo di governo che usa una piattaforma digitale per mobilitare il consenso contro qualcuno.
La pace, suggerisce Leone XIV, non nasce soltanto nelle cancellerie o nei negoziati internazionali. Nasce molto prima, nel linguaggio che scegliamo di usare. Per questo il suo appello può essere letto come una delle riflessioni più incisive del pontificato nascente: se vogliamo davvero un mondo meno armato, dobbiamo prima imparare a disarmare le parole. Perché le guerre non iniziano quando si spara, ma quando si smette di riconoscere nell'altro una persona e lo si trasforma in un nemico. E questa trasformazione, oggi più che mai, passa spesso attraverso uno schermo.
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