Non è una smentita, non è un comunicato, non è nemmeno una presa di posizione diplomatica nel senso classico del termine. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più dirompente. Le parole del cardinale Pierbattista Pizzaballa sul cosiddetto Board of Peace rappresentano la risposta che il Vaticano aveva finora scelto di non dare. Una risposta che arriva ora, a distanza di mesi, e che segue quello che potremmo chiamare il "Codice Leone": non parlare come Papa, ma far emergere la Chiesa; non decidere per i popoli, ma ricordare chi decide davvero sulla dignità dell'uomo.
Quando Pizzaballa definisce il Board of Peace «un'operazione colonialista: altri che decidono per i palestinesi», non sta improvvisando un'opinione personale. Sta dando voce a una linea ecclesiale coerente, maturata nel silenzio, e resa pubblica nel momento in cui il contesto lo consente. È significativo che la scena non sia una sala diplomatica, ma il santuario di San Francesco a Ripa: un luogo che richiama la povertà, la prossimità, la marginalità. Esattamente ciò che il Board rischia di ignorare.
Il Consiglio per il dopoguerra di Gaza, voluto dall'amministrazione Trump nella sua seconda fase del piano di pace, nasce con l'ambizione di "gestire" e "supervisionare" la ricostruzione dell'enclave palestinese. Una ventina di Paesi, grandi e medi attori internazionali, si propongono come garanti della stabilità futura. Ma la domanda che attraversa tutto il ragionamento di Pizzaballa è brutale nella sua semplicità: chi ha chiesto loro di farlo? E, soprattutto, chi parla a nome dei palestinesi?
Il Vaticano, su Gaza, è da tempo in attrito con Israele e con gli Stati Uniti. Prima sul cessate il fuoco, poi sull'accesso degli aiuti umanitari, ora sul futuro politico del territorio. Non si tratta di una postura ideologica, ma di una fedeltà ostinata a un principio: la pace non si amministra dall'alto, non si impone con board e supervisori, non si costruisce senza ascolto. Per questo, quando al Santo Padre è stato offerto di entrare nel Board of Peace, la risposta non è arrivata. Né da lui, né dalla Segreteria di Stato. Un silenzio che molti hanno letto come ambiguità. Era, invece, discernimento.
Ed è qui che entra in gioco la sinodalità di Papa Leone. Non una strategia di governance ecclesiastica, ma un metodo teologico e politico insieme: camminare insieme, ascoltare le periferie, rifiutare scorciatoie di potere. Il Papa non risponde perché non vuole essere uno dei decisori sopra le teste di altri. La Chiesa non entra nel Board perché il suo compito non è ridisegnare confini o amministrare territori, ma custodire la dignità delle persone. «Sono i Sacramenti la dignità della persona», dice Pizzaballa. Una frase che suona quasi anacronistica nel linguaggio delle relazioni internazionali, e proprio per questo è radicale.
Il Board of Peace, nella lettura vaticana, rischia di riprodurre una logica coloniale aggiornata: non più eserciti e protettorati, ma tavoli multilaterali che decidono "per il bene" di popolazioni ridotte a oggetto di governance. Gaza diventa un problema da gestire, non un popolo da ascoltare. E la pace, anziché nascere dal basso, viene progettata come un'infrastruttura.
Il "Codice Leone" funziona così: il Papa tace, la Chiesa parla. Ed ovviamente un Cardinale, non parla senza avere almeno informato il Santo Pdre.
Non con documenti ufficiali, ma con la voce di chi vive sul posto, di chi conosce i nomi, i volti, le ferite. Pizzaballa è patriarca di Gerusalemme, non un analista da think tank. La sua è una teologia incarnata, che rifiuta l'idea che un miliardo di dollari – «non ce l'ho», dice ironicamente – possa sostituire la giustizia.
In un mondo che confonde la pace con la gestione del conflitto, il Vaticano sceglie una posizione scomoda: non legittimare processi che escludono i diretti interessati. Non perché non voglia la pace, ma perché ne vuole una vera. E questa scelta, oggi, pesa più di qualsiasi firma mancata.
La risposta, dunque, è arrivata. Non sotto forma di adesione o rifiuto formale, ma come smascheramento di una logica. È una risposta che non chiude il dialogo, ma lo riporta al punto zero: senza i palestinesi, non c'è futuro per Gaza. Senza dignità, non c'è pace. E senza ascolto, ogni Board resta solo un altro tavolo apparecchiato sul dolore altrui.
Marco Baratto
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