Nel giro di pochi mesi, due nomine hanno attirato l’attenzione degli osservatori più attenti alla vita della Chiesa: quella di Suor Simona Brambilla alla guida del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica e quella di un vescovo di formazione ambrosiana in un ruolo chiave della Curia romana. Scelte che, lette insieme, raccontano una linea ecclesiale precisa, uno stile che affonda le radici in una tradizione spirituale ben definita e che trova un punto di convergenza nella figura di Mario Delpini e in quella di Papa Leone XIV.
Simona Brambilla
Nata a Monza il 27 marzo 1965, religiosa delle Suore Missionarie della Consolata, Suor Simona Brambilla è stata nominata il 6 gennaio 2025 prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Una scelta significativa: una donna consacrata alla guida di un dicastero centrale per la vita religiosa nel mondo.
La sua nomina non è solo un fatto organizzativo, ma un segno ecclesiale. Indica una Chiesa che valorizza il carisma prima del potere, il servizio prima della visibilità. È una linea che si inserisce in un orientamento più ampio, confermato il 22 gennaio 2026 quando Papa Leone XIV ha nominato un vescovo di area ambrosiana segretario del Dicastero per il Clero, proseguendo un percorso di rinnovamento silenzioso ma incisivo.
Mario Delpini
In questo contesto si inserisce la figura di Mario Delpini, arcivescovo di Milano. Negli ultimi anni, Delpini è stato oggetto di critiche, attacchi, talvolta di derisioni. C’è chi lo ha giudicato troppo sobrio, chi poco mediatico, chi non abbastanza “specialista” in un’epoca che sembra pretendere dall’arcivescovo competenze accademiche esibite: biblista di fama, esperto di bioetica, teologo di prima linea.
Eppure Delpini non ha mai cercato di imporsi per la sua personalità. Non ha costruito un personaggio. Non ha rincorso il consenso. È rimasto semplicemente Mario Delpini. Ed è proprio qui il punto.
La sua scelta — consapevole e coerente — è stata quella di “svuotare” la figura dell’arcivescovo come protagonista per far emergere la Chiesa come soggetto. Non accentrare su di sé, ma decentrare verso il popolo di Dio. Non occupare lo spazio, ma generarlo. Una postura che richiama, in filigrana, la grande tradizione ambrosiana, da Ambrogio a Agostino d'Ippona: pastori che hanno concepito l’autorità come servizio e l’ufficio come responsabilità più che come affermazione personale.
Gli attacchi subiti da Delpini durante il suo episcopato milanese appaiono spesso strumentali, figli di una cultura ecclesiale e mediatica che fatica a comprendere la forza della discrezione. In un tempo in cui si premia chi alza la voce, chi polarizza, chi si impone come leader carismatico, la scelta di un pastore che riduce la propria esposizione per lasciare spazio alla comunità appare quasi controcorrente.
Papa Leone XIV
Uno stile analogo si può leggere nel pontificato di Papa Leone XIV. Fin dall’inizio, il suo magistero e le sue scelte hanno mostrato una volontà precisa: non accentuare la figura dell’uomo, ma far emergere Cristo e la Chiesa. Svuotare la centralità della persona per restituire centralità al Vangelo.
Non si tratta di cancellare l’identità, ma di relativizzarla rispetto all’ufficio. È la logica dell’“abbassamento” evangelico: l’autorità che si fa trasparente, che non trattiene su di sé lo sguardo, ma lo orienta altrove.
In questa prospettiva, le recenti nomine provenienti dall’area ambrosiana non sono casuali. Esse indicano una consonanza spirituale e pastorale. Non una corrente di potere, ma una sintonia di visione: la Chiesa non come palcoscenico di personalità forti, ma come corpo vivo in cui ciascuno esercita un ministero ricevuto.
Delpini e Leone XIV, pur in ruoli diversi, sembrano condividere questa impostazione: rinunciare alla costruzione di un’immagine per custodire il ruolo; non imporsi come individui, ma servire l’ufficio; non emergere come protagonisti, ma permettere alla Chiesa di emergere come soggetto.
In un’epoca segnata dall’iper-personalizzazione e dalla ricerca costante di visibilità, questa scelta appare quasi paradossale. E forse proprio per questo è feconda. Perché ricorda che nella Chiesa l’autorità non è proprietà privata, ma dono ricevuto; non è esibizione, ma responsabilità; non è affermazione dell’io, ma spazio per un Altro.
Forse è anche per questo che le nomine recenti assumono un significato che va oltre l’organigramma. Esse raccontano una Chiesa che, almeno in alcune sue scelte decisive, sta cercando di tornare all’essenziale: meno protagonismi, più comunione; meno personalismi, più missione.
E allora la difesa di Monsignor Delpini non è la difesa di un uomo contro le critiche, ma la difesa di uno stile ecclesiale. Uno stile che non urla, non si impone, non si autopromuove. Uno stile che accetta di essere frainteso pur di rimanere fedele a un’idea alta di Chiesa.
Se davvero l’autorità cristiana è chiamata a riflettere il volto di Cristo servo, allora lo “svuotamento” non è debolezza, ma forza. Non è rinuncia, ma scelta. Non è anonimato, ma trasparenza.
E forse, nel silenzio di queste scelte, si intravede una direzione: una Chiesa che non ha bisogno di uomini forti per affermarsi, ma di pastori capaci di farsi da parte perché sia Cristo a emergere.
Marco Baratto
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