sabato 21 giugno 2025

Dio non è uno slogan: contro la politica che tradisce il Vangelo e l’uomo”

  Nel suo discorso ai parlamentari in occasione del Giubileo dei Governanti, Papa Leone XIV affronta due temi fondamentali e strettamente interconnessi: la libertà religiosa e il dialogo interreligioso da un lato, e le sfide etiche poste dall'intelligenza artificiale dall'altro. Due fronti che delineano non solo i limiti e le possibilità della nostra epoca, ma che chiamano in causa direttamente la responsabilità politica, sociale e culturale di chi detiene il potere. Il richiamo del Pontefice alla libertà religiosa è quanto mai urgente in un tempo in cui, paradossalmente, si assiste a un crescente utilizzo strumentale del cristianesimo da parte di una certa classe politica, tanto in Italia quanto all'estero. La sua riflessione sull'"amor sui" contrapposto all'"amor Dei" è di straordinaria potenza etica: Sant'Agostino diventa qui non solo un riferimento teologico ma un metro per giudicare l'autenticità dell'azione pubblica. L'amor sui – egoistico, chiuso, identitario e difensivo – è ciò che anima una parte consistente del discorso politico odierno, soprattutto quando si parla di religione. In Italia si assiste sempre più spesso a una mistificazione dell'identità cristiana, trasformata in strumento di divisione e paura. Il Vangelo diventa un alibi, non un messaggio. Alcuni politici, mentre invocano crocifissi e presepi nelle scuole, alimentano un linguaggio che disumanizza lo straniero, marginalizza le minoranze religiose, nega lo spazio di espressione e rende di fatto impossibile un dialogo tra comunità diverse. Parlano di cristianesimo ma non vivono la carità. Usano la parola "tradizione" come un'arma, quando essa dovrebbe essere un ponte verso l'altro, non un muro. Questo approccio strumentale mina le basi stesse della civitas Dei agostiniana richiamata dal Papa: una società fondata sulla carità non può tollerare l'ipocrisia di chi brandisce simboli religiosi per giustificare la chiusura, la discriminazione, l'intolleranza. Il cristianesimo autentico, quello dell'amor Dei, chiede invece apertura, dialogo, ascolto, compassione, e soprattutto il riconoscimento pieno della libertà di ogni individuo di credere o di non credere. Ma in Italia questa libertà è spesso solo teorica. Alcuni politici la difendono solo quando coincide con la loro idea di religione dominante, mentre le altre fedi – in particolare l'islam – vengono percepite come minacce. Si moltiplicano leggi, ordinanze, proclami che rendono difficile la costruzione di luoghi di culto per le comunità non cristiane; si tollera un razzismo strisciante verso chi porta un velo o una kippah; si criminalizza l'identità religiosa diversa con l'etichetta della "non integrazione", mentre si dimentica che l'integrazione vera nasce dal rispetto e dalla reciprocità, non dall'omologazione forzata. Il Papa, con il suo linguaggio sobrio ma chiarissimo, smaschera questa ipocrisia e richiama i parlamentari alla coerenza tra principi proclamati e azioni concrete. In questo senso, la sua denuncia si estende anche agli ambienti MAGA negli Stati Uniti, dove l'identità cristiana è spesso deformata in chiave nazionalista, suprematista, e persino vendicativa. Anche lì, la religione viene invocata non per creare ponti ma per tracciare confini, non per curare ferite ma per marcare territori. Anche lì, si afferma l'"amor sui" contro l'"amor Dei". In entrambi i casi, si perde di vista la dimensione essenziale della fede come apertura all'altro e si riduce Dio a una bandiera di parte. Nella seconda parte del suo discorso, Papa Leone XIV affronta con lucidità profetica il tema dell'intelligenza artificiale. Le sue parole mettono in luce i limiti strutturali della macchina rispetto alla complessità dell'essere umano. L'intelligenza artificiale – per quanto capace di gestire dati in modo prodigioso – resta priva di anima, incapace di vera memoria nel senso umano, cioè di quella capacità di mettere in relazione passato, presente e futuro nella costruzione di un senso esistenziale. È un avvertimento potente in un'epoca in cui l'efficienza tecnologica rischia di sostituire la riflessione morale, e in cui le scelte politiche sono sempre più determinate da algoritmi, sondaggi e automatismi. Il Papa mette in guardia contro la tentazione di delegare alle macchine ciò che è propriamente umano: la ricerca del bene comune, la custodia della dignità, la relazione. In controluce, questo passaggio lascia intravedere un messaggio ancora più ampio: l'umanità non può ridursi a calcolo, né la politica può limitarsi a gestire numeri. Serve un'etica della tecnologia, ma prima ancora serve un'antropologia che riconosca la centralità dell'uomo e della donna come esseri dotati di coscienza, libertà, responsabilità. È evidente che questo discorso getta le basi per un prossimo documento pontificio, molto probabilmente un'enciclica, che affronti organicamente il tema dell'intelligenza artificiale. Le parole di Francesco, già pronunciate al G7, e ora riprese da Leone XIV, sembrano costituire un'anticipazione sistematica: il magistero della Chiesa sta preparando una riflessione articolata che metterà in dialogo teologia, filosofia, scienza e politica. Ed è giusto che sia così, perché l'AI non è solo una questione tecnica ma una sfida spirituale. Essa pone domande sul senso dell'umano, sulla giustizia, sulla verità, sulla libertà. E pone anche un interrogativo radicale sul potere: chi controlla l'intelligenza artificiale? Quali interessi la guidano? A chi risponde? Un'enciclica su questo tema sarebbe un evento di enorme portata culturale e potrebbe offrire una bussola etica a un mondo che rischia di perdersi dietro l'illusione del progresso fine a sé stesso. In conclusione, il discorso di Papa Leone XIV non è solo un messaggio ai parlamentari: è un appello a ogni coscienza. Ci chiede di scegliere tra l'amor sui e l'amor Dei, tra un potere autoreferenziale e una politica intesa come servizio, tra l'identità chiusa e la fede come dono. Ci chiede di rimettere l'uomo – e non l'algoritmo – al centro della storia. Ma soprattutto ci chiede coerenza: perché non si può parlare di Dio e allo stesso tempo negare la libertà dell'altro, non si può invocare la civiltà cristiana e nel contempo rifiutare il prossimo. La civitas Dei si costruisce con amore gratuito, non con slogan identitari. Chi oggi in Italia – e altrove – usa la religione per dividere, per escludere, per conquistare consenso, tradisce la sua essenza più profonda. E chi lo fa in nome di Cristo, mente due volte: all'uomo e a Dio.  

Marco Baratto

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